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Il cane che parla - Un’indagine di Arthur Jelling

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Pomeriggio di fine estate. In uno scompartimento del direttissimo per Boston delle 17 e 30, il celebre poeta Aroldo Banner e i suoi amici lasciano pigramente scorrere le noiose ore del viaggio. Carlo Svedensson, un giovane noto per le sue teorie estremiste in fatto di arte provoca dapprima Dady Dadies, il redattore della pagina letteraria del quotidiano “Nuova Stampa”, abituato a frequentare ambienti distinti e signorili, poi Tom Fharanda, un editore di cui ha poca considerazione, un “mercante di carta” che ha proposto a Banner un contratto, strappandolo al rivale, solo per avere un nome celebre che dia lustro alla sua casa editrice. A mettere fine alla discussione del violento e velenoso Sved è Fiorella Garrett, da due anni nella scuderia di Fharanda, autrice di due volumi pubblicati con discreto successo. Vengono tutti dalla villa di Marino Grant, uno dei direttori del giornale “Nuova Stampa”: il padrone di casa ha invitato per un paio di giorni di vacanza i suoi amici. Dopo la gita, la comitiva sta tornando a Boston. Banner e Fharanda guardano fuori dal finestrino; Dadies e Fiorella Garrett sbadigliano e fumano, vinti dalla noia; Svedensson passa il tempo ad irritare tutti. Improvvisamente, bruscamente, il treno si ferma in aperta campagna. Nonostante siano in viaggio da mezz’ora sono ancora dalle parti della villa di Grant: come spiega Sved, per risparmiare una galleria, la linea ferroviaria fa il giro della montagna, così che ora si trovano sul versante opposto e la villa, che è in cima, si vede ancora, proprio come alla stazione di partenza. Molta gente è già scesa per informarsi sull’accaduto: qualcuno deve aver tirato il segnale d’allarme. Si sentono due strani scoppi. Il poeta Aroldo Banner, che sta guardando dal finestrino con il suo cappello di paglia bianco noto in tutto il mondo letterario, cade a terra all’indietro, il volto rigato di sangue. Dando prova di autocontrollo, Sved ordina agli altri di aiutarlo a tirarlo di su: è evidente che Banner è morto…

Nella prefazione, Cecilia Scerbanenco spiega che, uscito nel 1942 nascosto fra i Romanzi della Palma, Il cane che parla ha un impianto classico alla Agatha Christie: un romanzo giallo di crimini e detection, entrambi sempre più invisi al regime fascista. Il protagonista è Arthur Jelling, archivista capo, ormai affermato collaboratore della polizia di Boston, che deve mettere alla prova la sua psicoindagine: un metodo di deduzione intellettuale, basato sul dialogo tra sospettati e investigatori. Purtroppo non si conoscono gli accordi intercorsi fra l’autore e l’editore, i dettagli sulla nascita del progetto Jelling, così come i pensieri e le considerazioni di Scerbanenco mentre scriveva queste pagine, ma sicuramente si tratta di una storia fortemente autobiografica: in quegli anni l’autore viveva davvero con “una scrittrice che sapeva ammaestrare i cani” — una delle donne più importanti della sua vita, una delle poche che lo hanno lasciato — e viveva un periodo di serenità professionale e personale, nonostante la guerra. Oltre a crescere insieme nel mondo dell’editoria milanese, la scrittrice gli fece amare i cani, per la loro intelligenza e per la profondità del loro affetto e delle emozioni provate. Nel romanzo ritroviamo anche le rivalità, le tensioni e le manie del mondo letterario milanese: sarebbe interessante provare a riconoscere nella realtà i vari protagonisti. La situazione che Jelling deve affrontare è fra le più classiche: un assassinio sul treno, con i sospettati raccolti in un unico ambiente. Tuttavia, è difficile stabilire se la vittima sia stata uccisa con un colpo partito dall’esterno e chi, fra i passeggeri, abbia provocato l’arresto del treno, indispensabile per commettere l’omicidio. Per arrivare alla soluzione del caso, Jelling possiede le basi dell’investigazione: il rapporto della centrale di polizia; la conoscenza personale e gli interrogatori dei compagni di viaggio — e testimoni oculari — di Aroldo Banner; l’interrogatorio del principale sospettato; il sopralluogo nella camera d’albergo occupata dalla vittima e la scoperta del suo diario; le informazioni sui quattro testimoni oculari. Solo apparentemente ostacolato dalla timidezza e dall’imbarazzo che dimostra nel rapportarsi con gli altri, Jelling è del parere che questi dati, insieme alle perizie e alle fotografie prese sul treno, siano sufficienti a far luce sull’oscuro problema e arrivare alla scoperta della verità. La costruzione narrativa, nel cui ingranaggio si incastrano perfettamente i dialoghi, non lascia nessuno sullo sfondo: tutti i personaggi hanno una consistenza e una dimensione morale che li rende più di semplici comparse. Fra questi, due straordinari animali avranno una parte determinante nella soluzione finale, alla quale si arriva dopo vari colpi di scena, dopo aver indugiato a lungo sulle vite, sulle motivazioni e sulle ambizioni di ciascuno e non senza un triste “danno collaterale” che spezzerà il cuore di qualche lettore.