“Nicole finse di ignorare lo sconosciuto, ma c’era qualcosa in lui. Quando i loro occhi si incontrarono, lui la guardò e disse: Io ti conosco. Nicole non rispose. Per una frazione di secondo, le lampeggiò nella mente qualcosa, ma poi pensò: No, non l’ho mai incontrato, lo so. Forse lo conosco da qualche altra vita”. È questo il passaggio cruciale in cui Gary Gilmore, 35 anni nel 1976, criminale di lunga data momentaneamente libero, incontra una ragazza di 19 anni, Nicole Baker. Da subito, se ne innamora – ricambiato - e tenta di vivere una nuova vita con lei, sperando di recuperare in qualche modo la gioventù sprecata in carcere da quando era ragazzo e l’esistenza borghese alla quale, confusamente, aspira. Ma Gary non riuscirà davvero a liberarsi da sé stesso, neanche grazie all’amore di Nicole: la violenza nell’affrontare il mondo, la convinzione sotterranea di non essere all’altezza, il desiderio di avere soldi all’istante senza dover sottostare alle regole sociali lo porteranno inevitabilmente a compiere due efferati delitti, che confesserà non appena viene catturato. Di nuovo in prigione, l’unica cosa che gli importa di proteggere è il tenue filo che lo lega a Nicole, con la quale intraprende un fitto scambio epistolare. A Gary non interessa né difendersi, durante il breve processo, né la concreta possibilità di essere condannato a morte…

È curioso considerare che Il canto del boia, pubblicato nel 1979 e vincitore del Premio Pulitzer nel 1980, basato sui documenti giudiziari e sul materiale rinvenuto alla morte del protagonista, sia stato poi definito dall’autore, lo statunitense Norman Mailer (Long Branch 1923 – New York, 2007) – scrittore prolifico, giornalista, sceneggiatore di alto e originale livello artistico – un’opera alla quale non si è mai “sentito vicino” e un mero “esercizio di abilità”. Sì, perché in verità, seguendo il modo in cui Mailer delinea artisticamente la storia vera di Gary Mark Gilmore, fucilato da un plotone di esecuzione nel 1977 dopo un breve processo al termine del quale aveva rifiutato di ricorrere in appello, quello che tocca e resta impresso è proprio la sapienza con cui ha saputo immaginare e farci sentire nelle viscere il temperamento disperato – corrotto, feroce, eppure per certi versi infantile, commovente – di questo uomo che, già in carcere a 14 anni, cresciuto nella solitudine, sbandato, in lotta con la famiglia di origine che vorrebbe ingabbiarlo nei rigidi schemi della religione mormone, non riuscendo a risollevarsi dal gorgo della brutalità nemmeno con l’amore, decide alla fine di andare incontro alla pena capitale senza nemmeno un ripensamento, vedendola come la sola possibilità, se non di riscatto, almeno di pace. Sarà il primo uomo a essere giustiziato negli Stati Uniti dopo circa dieci anni di sospensione delle condanne. Lo stile di Mailer, che qui si ricollega al fondatore del genere Truman Capote, colpisce per la sintesi fulminante e lirica di moltissimi passaggi, nonostante la materia sia cruda. Notevole è anche la capacità di ricostruire il milieu in cui è malnato e malcresciuto il protagonista, le molteplici sfaccettature della sua personalità e della società “di scarto” da cui proviene, dove solo alcuni riescono a crearsi un’esistenza dignitosa. Nonostante l’approccio sia “naturalistico”, come se ogni sviluppo fosse dominato dal meccanismo causa-effetto, prevale invece lo sguardo pietoso e, oseremmo dire, rispettoso del narratore, che conferisce un respiro epico alla vita e alla morte di Gary Gilmore, rendendo questo romanzo una pregevole prova d’autore.