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Il capitale nell’Antropocene

Il capitale nell’Antropocene

Noi esseri umani abbiamo mutato in modo irreparabile la Terra. L’influsso delle nostre attività economiche è talmente diffuso sull’intera superficie del pianeta che da un punto di vista geologico siamo entrati in una nuova èra, “Antropocene” (termine coniato dallo scienziato chimico Paul Crutzen). In particolare, è l’anidride carbonica nell’atmosfera che ha avuto un’impennata a seguito delle attività dell’uomo, determinando un grande effetto serra e i cambiamenti climatici dell’Antropocene. La ragione prima della crisi climatica, la chiave di tutto è solo ed esclusivamente nel capitalismo, messosi in moto con la rivoluzione industriale, e c’è un pensatore tedesco che l’ha dissezionato a fondo, Karl Marx, la cui opera più nota è appunto Il Capitale. Il grande filosofo, economista, storico, sociologo, politologo, scienziato, scrittore, poeta, giornalista e politico tedesco (e chi più ne ha, ne metta) Karl Heinrich Marx (Treviri, 1818 - Londra, 1883) è stato a lungo considerato succube della idea ottocentesca fautrice del dominio assoluto dell’uomo sulla natura. Il presunto prometeismo antropocentrico e antiecologico di Marx è divenuto uno stereotipo diffuso, dato per scontato pure in chi si collocava a sinistra ed era ecologista nei decenni dagli anni Ottanta in avanti, un po’ ovunque nel mondo. Forse Marx è stato frainteso, però. Si può osservare una critica ecologica al capitalismo negli scritti marxiani almeno dal 1844 al 1868, che viene rafforzata e precisata in modo completo e sistematico attraverso scritti, lettere e appunti nel quindicennio successivo. Marx ci fornisce una delle più utili impalcature metodologiche per indagare le crisi ecologiche come contraddizione centrale dell’attuale sistema storico di produzione e riproduzione sociale…

Il giovane filosofo Saitō Kōhei (Tokyo, 31 gennaio 1987), dopo la laurea nella capitale giapponese, ha molto diligentemente ricercato in Connecticut e a Berlino. Nel 2016 ha pubblicato, basandosi anche su manoscritti ed estratti in parte inediti, la sua tesi di dottorato Nature versus Capital, di cui nel 2017 è uscita la versione inglese (rivenuta e corretta) e nel 2023 l’edizione italiana. Nel 2019 ha curato il volume 18 della quarta divisione della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA); ha vinto vari premi in Occidente, nel 2020 quello della Japan Society for the Promotion of Science; ha poi continuato a lavorare sui testi originali e cronologici di Marx, insegnando all’università sia in California che in patria. Ora, attraverso l’economia politica, definisce aggiornati campi di azione culturale e sociale ribadendo le avvenute letture di scienze naturali da parte di Marx (pur senza essere divenuto davvero “evoluzionista”, andrebbe segnalato) e l’intuizione di una regolazione consapevole e sostenibile del metabolismo fra uomo e natura. Dopo la prefazione molto perplessa sulle dannose buone intenzioni degli SDGs dell’Onu, i documentati capitoli sono poi otto (e i paragrafi centinaia, spesso brevissimi, con qualche figura illustrativa): Cambiamento climatico e modello di vita imperiale (che “trasla” le contraddizioni); I limiti del modello Keynesiano applicato al clima (considerati i Planetary Buondaries); La scommessa della decrescita (equa) nel sistema capitalista (almeno nei tanti paesi ricchi in cui ci sono pochi ricchi); Marx nell’Antropocene (con l’addio definitivo del primato della produzione e all’eurocentrismo); Accelerazionismo: una fuga dalla realtà (meglio tecnologie aperte); La scarsità del capitalismo, l’abbondanza del comunismo (ovvero di beni comuni condivisi); Il comunismo della decrescita salverà il mondo (ovvero rivoluzionare il lavoro in cinque punti); La leva della giustizia climatica. Saitō (cognome) è dettagliato e fa affermazioni sempre nette; prende spunto da studiosi per disegnare un marxismo e una prospettiva diversi dal tradizionale; conferma che l’ecologia di Marx non è né deterministica né apocalittica e che nel XXI secolo vi possono essere punti d’intersezione tra un progetto “rosso” e quello “verde”, su cui molto insiste. Nel tentativo di andare oltre le riflessioni espresse con Il Capitale (l’unico volume editato dallo stesso Marx nel 1867; lui voleva dedicarlo a Darwin, andrebbe aggiunto), l’autore sembra a tratti sottovalutare la questione delle condizioni materiali riassunta nella famosa espressione (in parte polemica con Hegel): “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere” bensì, al contrario, è il (nostro) “loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Il comunismo storicamente determinato non è solo quello sovietico ma anche quello cinese (in “vigore”). Forse in Occidente non è sufficiente la mobilitazione seria, ben motivata e non violenta del 3,5 per cento delle persone a promuovere grandi cambiamenti per il 99 per cento e per le società (come sostiene nelle conclusioni, riprendendo il pur interessante studio di una politologa). Le note bibliografiche sono in fondo a ogni capitolo, mancano gli indici, sia dei nomi che degli argomenti.