Franchino e Cataldino sono due cugini che vivono nel centro storico di Cirò, paesino calabrese jonico adagiato su un altopiano, poco lontano dal mare e dalla frazione di Cirò Marina: il primo ha un difetto linguistico, non articola bene le parole e per questo è spesso oggetto di scherno e di angherie; il secondo è molto intelligente, spigliato, un peperoncino. Franchino ama fare il pastore, solo con gli animali, con i quali non ha necessità di parlare, ma può comunicare semplicemente con carezze, sguardi, presenze silenziose. Cataldino ha scoperto il gioco del calcio, quel correre sull’erba, calciare un pallone di cuoio, sforbiciare. Certo Peppe De Roberto, il padre, preferirebbe che il ragazzo, a undici anni, imparasse un mestiere, mettesse cioè la testa a posto: per questo continua a cercargli un posto in una bottega, che sia un calzolaio, che sia un fabbro, che sia un panettiere. Deve però capitolare quando il capitano, il quarantenne che gestisce la squadra di Cirò Marina, spiega a Peppe che il ragazzo è dotato e che si occuperà del bene del ragazzo. Al contrario Franchino fatica a trovare un lavoro, lo vorrebbe, ma le esperienze sono tutte negative: prima fa il pastore da Carmine, ma è costretto ad andare via per gli abusi subiti; poi prova a fare il pescatore, ma la vendetta di Carmine arriva anche lì ed è costretto ad andare; poi va a caccia per conto proprio. Quando tutto sembra sistemato, quando riceve una proposta per fare il pastore per un altro padrone, arriva la tragedia: Franchino scompare, in modo inspiegato, svanisce nel nulla tornando a casa, in quel breve tragitto dal podere di don Pino Leonetto alla casa dello zio…

Chissà come mai tutti i romanzi che parlano del Sud, di un certo Sud, scavallano nella narrazione dei “vinti”: Franchino, Cataldino, Peppe, Teresa sono poveri che sono schiacciati dalla loro condizione, che vivono, anzi sopravvivono, della loro fatica, del loro lavoro, del destino della loro condizione di nascita. E ne è succube anche Ilaria, “la milanese”, che vede spegnersi la sua emancipazione nella società patriarcale che l’accoglie con sospetto in Calabria, dove sposa un marchese in decadenza. Cataldo Russo, scrittore, docente e dirigente scolastico di Crotone, poi migrato a Milano, raccoglie nel suo romanzo ansie anche fisiche come nella incapacità di parlare di Franchino, e psicologiche, frustrazioni sociali ed umane, di personaggi ricchi di entusiasmo, ma allo stesso tempo vittime di un destino e di un sistema che si presenta ineluttabile, ora col nome di ‘ndrangheta, ora col nome di miseria. Il testo è ben orchestrato, ben costruito, intrecciato con sapienza tale da rendere accettabili - sarebbe troppo dire godibili per un mero gusto estetico - dei temi antipatici, ma reali: il Sud che annaspa, il Nord che promette. Il lavoro ed il calcio sembrano essere gli unici strumenti di emancipazione, per questo sono quelli che il destino, e la ‘ndrangheta, prendono per primi di mira.