Fine Settecento, Secolo dei Lumi. Tre giovani Signori, originari di Liegi, città in cui sono conosciuti e parecchio apprezzati, vuoi per l’ingegno o vuoi per l’eleganza e lo stile di vita mondano e dispendioso che conducono, decidono di intraprendere un viaggio. I tre Signori sono il commerciante Nodier, lo scultore Dupré e il principe Neville. La ragione del loro viaggi è presto detta. Alphonse Nodier intende rifornire i suoi negozi d’abbigliamento di guanti provenienti dall’estero. E nessuna città ne vanta di migliori rispetto a quelli realizzati da don Mariano Civile – Monsieur Civile, come affettuosamente ribattezzato da Nodier – da Napoli. A dire il vero Nodier è affascinato, più che dall’eleganza dei guanti, soprattutto dal “personaggio” don Mariano, che ha conosciuto in modo piuttosto fuggevole qualche anno prima, in occasione di un viaggio a Roma. In quelle circostanze ha potuto apprezzare il carattere serio del guantaio e la sua dedizione al lavoro. Inoltre, un ulteriore particolare che incuriosisce non poco Nodier è il fatto che don Mariano abbia sposato una lavorante del padre, Brigitta Helm, bellissima, che gli ha dato dodici figli – molti dei quali impegnati in giro per il mondo a produrre guanti o a commerciare in pellame – tutti alti, biondi, con gli occhi cerulei, taciturni e piuttosto freddi. Nel quartiere di Santa Lucia, zona in cui si trova l’abitazione dei Civile, pare che siano rimaste due o tre figlie di don Mariano e Brigitta: ragazze alte, belle mute. Ecco, è esattamente questo ciò che più di ogni altra cosa incuriosisce Nodier: il mutismo, l’incapacità di esprimere i propri sentimenti che caratterizza l’intero nucleo della famiglia Civile. Per un parlatore come Nodier questo fatto è decisamente inaccettabile. Neville e Dupré ascoltano divertiti le storie di Nodier; loro due sono a Napoli spinti da altre ragioni. Neville cerca nella città l’occasione perché la sua vena poetica, infiacchita dal tempo, ritrovi vigore; per Dupré, infine, il viaggio è semplicemente un’occasione da vivere in allegria, godendosela...

La scrittura di Anna Maria Ortese è talmente ricca e affascinante che il doverne parlare mette in soggezione. Il rischio è quello di essere banali e superficiali, anziché sottolineare l’innata capacità dell’autrice di realizzare una scrittura magica, capace di individuare e fare emergere ciò che di misterioso si cela dietro la realtà di ogni cosa, anche la più piccola. Forse solo nei narratori del Settecento, Goethe in primis, si trova la stessa abilità nel rendere il mistero e il fascino di Napoli, città ricca di colore, bellezza e crudeltà insieme, realtà in cui, accanto a strane presenze che si aggirano lungo le strade, la voce del cardillo piange il suo dolore attraverso un canto straziante e accorato. Grazie allo sguardo dei tre viaggiatori arrivati a Napoli da Liegi, Ortese mostra al lettore il cuore della città, oltre le apparenze. E allora si scopre che niente è quel che sembra. Tutto si disvela pian piano: gli ambienti, le situazioni, le persone; per finire poi con il cardillo addolorato del titolo che, forse, si mostra nel suo vero aspetto. O forse no. Un testo di non agevole lettura, per la sua prosa ricca, antica e a tratti contorta; un racconto che si apre all’insegna della leggerezza, ma si tramuta presto in qualcosa che vira verso il giallo e finisce poi per assumere toni drammatici e surreali; una storia che cambia continuamente a seconda della voce che la racconta e proprio per questo, per metterne a fuoco il significato più nascosto, va letta e riletta, fino a restare imbrigliati al suono del cardillo, quel canto terribile e addolorato che, se si presta la dovuta attenzione, risuona ovunque, specie tra le pieghe più nascoste dell’animo umano.