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Il caso Arbogast

Il caso Arbogast
"Smetta di dire che è innocente. Nessuno lo è". 1953. Hans Arbogast incontra un’autostoppista di nome Marie Gurth. I due hanno un appassionato rapporto sessuale nell’automobile di lui e poi in una radura. La ragazza viene ritrovata cadavere qualche giorno dopo nel bosco, e Arbogast viene condannato all’ergastolo. Decisiva nel processo la perizia legale del Professor Maul, che arbitrariamente afferma che Marie è stata strangolata con una corda da bovini. Alla fine degli anni ’60, in un clima culturale molto diverso, il giovane penalista Ansgar Klein inizia a battersi per ottenere la revisione del processo sulla base di nuove perizie medico-legali...
Il caso Arbogast è un lingotto di acciaio multistrato. Plumbeo, freddo, lucido, compresso. Lamine pressate indissolubilmente eppure perfettamente distinte e ancora riconoscibili ad un esame attento. Livelli di lettura multipli, quindi, come in ogni buon libro: la rievocazione di un fatto di cronaca realmente accaduto (una querelle giudiziaria che appassionò il pubblico della Germania del dopoguerra); l’affresco sociale e politico, la descrizione minuziosa ma mai diretta del mutamento del comune sentire che in buona sostanza ha consentito anche solo di ipotizzare la riapertura di un caso che si dava per chiuso e – specularmente - l’opprimente morale del dopoguerra, che da sola ha condannato ‘a prescindere’ il ‘perverso’ Hans Arbogast, tanto ingenuo da difendersi confessando rapporti sessuali violenti ma complici; e infine un balzo temporale in avanti, nella Berlino Est appena sfregiata dal Muro del 1961, quasi un altro pianeta. Hettche fa sue tutte le convenzioni del legal thriller ma sintetizzate, stilizzate, digerite, tratteggiate con una misura che sconfina nell’avarizia: una precauzione saggia per chi si propone di raccontare quella commistione pulsante ed oscura di Amore e Morte che è alla base della sessualità umana e della vita stessa. Un pozzo senza fondo (o se volete l’abisso di nietzschiana memoria, per usare ancora una volta un’immagine più che inflazionata) che la patologa Katja Lavans – una delle figure più sexy degli ultimi anni – si trova a contemplare suo malgrado (?), diventando eroina e simbolo di quell’ambiguità di intenti che troppo spesso le convenzioni culturali tendono a rimuovere con calcolata, strategica ferocia.