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Il caso di Stevan Karajan

Il caso di Stevan Karajan

Ćorkan è l’animatore di tutte le feste del villaggio: si mette sempre a capo dei balli nuziali, beve fino a svenire, corre da una parte all’altra della piazza con il suo cappello con la coda di volpe e fa divertire tutti con la sua stupida innocenza. Vive nel suo mondo, dorme in una stalla e si arrangia facendo piccoli lavoretti. Diciamo che non è ben voluto, ma è tollerato dalla sua comunità: lui è quello che prepara la capanna di arbusti sul fiume, prepara la brace, porta da mangiare e da bere, serve i padroni delle diverse botteghe. Si guadagna la loro tolleranza mostrando il lato più stupido del suo carattere, quello più genuino, quello più ingenuo. Tutti guardano l’equilibrista tedesca del circo con fervente passione, vedono le sue capriole, i suoi volteggi ed immaginano cosa potrebbero fare con lei in un’alcova: Ćorkan no, nei piedi della ginnasta vede la fragilità, nei suoi movimenti la precarietà e sogna invece di proteggerla, di prenderla se dovesse cadere. Il suo sentimento è puro, la sua premura è disinteressata, il suo amore è un’infatuazione destinata ad essere ferita a morte, perché domani la ragazza partirà col circo. Quella sera gli uomini del villaggio, Ćorkan compreso, sono intenzionati a far riaprire il circo per uno spettacolo speciale, vogliono vedere ancora la ragazza volteggiare sui loro desideri. Per questo vanno spediti all’accampamento, svegliano il padrone e a gran voce richiedono un altro spettacolo, chiedono di riaccendere le luci per loro. Quando ormai tutto sembra pronto e hanno preso tutti posto vociando fra le gradinate, le luci si accendono, ma non c’è la ragazza sul filo, c’è la polizia accorsa in tutta fretta su richiesta del padrone del circo. E Ćorkan paga per tutti, a suon di frustate...

La raccolta di dieci racconti ricopre un arco temporale molto ampio, dal 1921 al 1959, dunque l’intero spettro d’influenza dei tre romanzi maggiori di Andrić (La cronaca di Travnik, Il ponte sulla Drina e La signorina), tutti pubblicati nel 1945, quando oramai lo scrittore era cinquantenne. Al contrario i racconti inediti pubblicati per la prima volta dalla casa editrice Bottega Errante denotano tutti i germi dello stile e della cifra letteraria dello scrittore bosniaco di origine, serbo di adozione: la passione per le microstorie apparentemente insignificanti e narrate con un tono neutro e privo di giudizi, ma anche di empatia, permette di ricostruire micro e macro-cosmo di un’intera regione geografica, quella dei Balcani, da sempre crocevia di popoli e di storie. Così trovano cittadinanza i dilemmi del povero Avdić, che, senza il becco di un quattrino, non sa se comprare il sale o una candela, cioè deve scegliere fra una vita insipida ed una priva di luce; così si consuma il dramma del ricco Stevan Karajan, che si lascia morire seduto in una stanza aspettando l’ennesima bomba che manda in frantume le certezze della sua vita agiata; così Ćorkan, lo scemo del villaggio, personaggio che ritorna meglio ne Il ponte sulla Drina, si vede incolpato della pazzia di una sbornia collettiva, mentre il suo cuore piange la partenza dell’equilibrista del circo; così si consuma il dramma di un console misteriosamente condannato a morte e quello di Mikan ingiustamente accusato di spassarsela con dei minori. Sono le storie di personaggi minori, inghiottiti dalle tenebre di una vita indecifrabile, affreschi di un popolo che trova nella sua terra la propria identità, ma che alla fine si presenta come la somma di tanti piccoli drammi soggettivi, tante solitudini schiacciate dal peso di una imponderabile ingiustizia che colpisce tutti, indistintamente.