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Il cavaliere e la morte

Il cavaliere e la morte

Alle prime luci del giorno, il commissario e Vice, il suo braccio destro, salgono sull’auto che li porterà in una delle consuete visite nella casa di un sospettato. Il fattaccio è accaduto intorno a mezzanotte: l’avvocato Sandoz è stato ucciso. La meta dei due poliziotti è l’abitazione dell’ingegnere Cesare Aurispa, Presidente delle Industrie Riunite, pezzo grosso ma grosso veramente, della città e dell’intero sistema, e amico dell’ammazzato. Un’amicizia forte, la loro, che si manifestava anche in scherzi paradossali. Poche ore prima del delitto, infatti, erano entrambi a una cena; il Presidente aveva passato all’avvocato un cartoncino con il suo nome stampato e sul retro aveva vergato a penna: “Ti ucciderò…”. Una minaccia? Oppure soltanto un gioco divertente venato di humour nero? Fino a dove si può spingere una burla fra due potenti? Nel corso dell’indagine i ragionamenti di Vice non sono concentrati solo sulla classica metodologia: analisi del movente, della scena del crimine, dell’arma. La sua mente è impegnata a percorrere altre linee di pensiero. E un’immagine: quella dell’incisione di Dürer nota come Il cavaliere, la morte e il diavolo, risalente al 1513. Un disegno complesso e misterioso era racchiuso in quel quadro, acquistato da Vice a un’asta con il corrispettivo di due stipendi. In qualunque ufficio fosse stato destinato, la teneva sempre davanti a sé, per scrutarla, interrogarla, tentare di sciogliere il mistero della triade di personaggi e simboli. La realtà che si svela durante l’azione non sarà meno misteriosa e complessa, fino all’inconsueto epilogo…

Del nome dell’opera di Dürer, il titolo di questo romanzo breve perde un personaggio: il Diavolo. Eppure la personificazione del male c’è e Sciascia in una delle sue mirabili definizioni ne constata l’essenza. Il suo è un Diavolo stanco, “talmente stanco da lasciar fare tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui”. Al Cavaliere non resta allora che vagare da fermo, ben corazzato, sfuggendo o eludendo la Morte. E l’ombra della morte pervade anche il protagonista del giallo e si concretizza come contraltare alla gara per il potere fra personaggi spregiudicati in una città non ben definita nell’epoca degli intrecci scriteriati fra affari e politica. Questo libro è uno degli ultimi della lunga e prestigiosa opera dello scrittore siciliano: Sciascia lo ha scritto mentre era malato, proprio come il suo personaggio Vice. Era il 1988, l’anno successivo sarebbe morto. Intanto, nulla concede alla stanchezza e alla resa, e alla fine che incombe. Con forse eccessiva ansia complottistica e senza risparmiare il pessimismo, l’autore si impegna a tessere una trama più esistenziale che poliziesca, dove i destini degli esseri umani non sono superiori a quelli degli oggetti amati. Dopo una vita alla scrivania con l’incisione appesa di fronte, diventa pertanto naturale distaccarsene, renderla roba da rigattiere o corredo ministeriale. Solo così ci si libera dalle ossessioni e si attenua il dolore per assaporare, almeno per un po’, la libertà di apprezzare la vita.