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Il cerchio del lupo

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Hollywood. 1993. Harry Bosch si trova sul luogo del ritrovamento dell’auto di una ragazza scomparsa da dieci giorni, Marie Gesto: una Honda Accord scolorita dal sole, abbandonata in un garage sfitto del complesso residenziale di High Tower. A trovarla è stato l’amministratore dello stabile, per puro caso, ma ha un alibi solido per il giorno della scomparsa. Il box è così stretto che a Bosch viene da domandarsi come abbia fatto il conducente a uscire, mentre vi si infila al buio, di profilo e a braccia in alto come un chirurgo per evitare di toccare le superfici e inquinare eventuali prove. Annota mentalmente di chiedere particolare cura alla Scientifica nel rilevare le impronte sulla carrozzeria. E sulle pareti interne della rimessa. E sulla maniglia di alluminio della porta. Sa che non gradiranno, ma deve farlo per tenere a bada l’ansia. Non c’è il fetore di un corpo in putrefazione, ci sarebbe se Marie fosse nel bagagliaio. Con la torcia puntata esamina l’interno dell’auto, dove giacciono la tenuta da equitazione, la borsa di un supermercato e sul sedile del passeggero la pila ordinata degli indumenti che riconosce essere quelli di Marie, dalle descrizioni di chi l’ha vista per l’ultima volta. Elementi che forniscono una nuova pista su cui indagare. Ma Bosch ha un brutto presentimento: pensa che non troveranno mai quella ragazza. E quindi nemmeno il suo assassino…

“Ognuno ha due cani dentro di sé, uno buono e uno cattivo, in lotta perenne tra loro”: basta scegliere di allevare quello sbagliato. La vita, quindi, non è solo questione di fortuna, ma soprattutto di scelte: è il messaggio che Micheal Connelly affida al suo detective Harry Bosch, in questo dodicesimo romanzo della serie a lui dedicata. Lo stile è efficace e il percorso investigativo complesso e ben condotto: non mancano i colpi di scena (anche se alcuni piuttosto prevedibili). Le descrizioni e le ambientazioni sono misurate ma impattanti, ma non manca la cura di dettagli che danno spessore e quotidianità alla storia, caricandola di realismo. Harry Bosch è un personaggio costruito romanzo dopo romanzo: tenace, dall’indiscutibile integrità morale che a volte lo rende vulnerabile, e con una buona dose di ferite, cicatrici e fantasmi che nutrono il suo bisogno di verità. Harry non molla finché non arriva all’obiettivo, senza paura di mettersi contro capi o autorità pur di fare giustizia e ancora una volta la politica si insinua nella trama di Connelly con la sua corruzione, i complotti e i suoi giochi di potere e denaro. Harry porta sempre con sé, appiccicato addosso, un velo di tristezza e rimpianto che lo rende ancora più umano, nonostante le imprese a cui l’autore lo sottopone: anche in Il cerchio del lupo alcune scene hanno il sapore della pellicola americana fracassona, dove il “cowboy” tutto pistola e distintivo fronteggia da solo i cattivi, ma quello che conta è (quasi sempre) il risultato, e va bene così. Peccato per l’infelice scelta del titolo italiano, che poco c’entra con la trama, la versione originale (Echo Park) è sicuramente più calzante.