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Il cerchio muto

Il cerchio muto
Saverio Mastri è uno scultore di fama internazionale che dopo la morte della moglie opprime la figlia Clorinda: la giovane Baby-Clo è costretta infatti a vivere segregata in casa, isolata dal mondo e vittima di riti che tentano di rievocare la figura della madre, deceduta durante il parto. Il giorno del suo diciottesimo compleanno, la ragazza si ribella ai soprusi del padre e, dopo averlo addormentato, scappa di casa e si rifugia in una discoteca heavy-metal: la Gehenna. Qui incontra Vasco, il figlio di un boss mafioso che la droga e la trascina con la forza in un luogo nascosto, dove la violenta. Dopo aver abusato della giovane e aver prestato il suo corpo agli amici, Vasco la getta per strada, in balìa del suo breve destino: finirà infatti subito sotto le ruote della macchina di Franco Negronero. Il giovane che investe Clorinda si paga gli studi di Medicina vincendo corse automobilistiche clandestine. La notte dell’incidente sta fuggendo dalla poliziotta Chiara Monti, che si è fatta passare per una pilota e che sta indagando proprio sul giro delle corse clandestine. Franco, figlio di un poliziotto morto in servizio, finisce in coma. Dopo essersi risvegliato dal trauma inizia a interrogarsi sulle stragi del sabato sera, rendendosi conto che molti incidenti sono legati fra loro...
Il corposo thriller di Nerozzi (il tomo arriva quasi a quota 600 pagine) si ispira al miglior cardiopalma à la Stephen King, ma riesce a conservare una identità italiana, che attinge dalle migliori prove di Carlo Lucarelli (con cui l'autore divide la cattedra nella scuola di scrittura Incubatoio 16) e costruisce uno stile maturo che non scimmiotta i narratori d’oltreoceano. Conosciuto per essere uno scrittore eclettico, che salta senza alcun problema fra generi apparentemente diversi come la fantascienza, le spy-story o la narrativa per ragazzi, Nerozzi delinea un gotico realistico, alle volte al limite dello splatter, che ha in Victor Hugo il suo padre nobile. Il noir viene mescolato con una sorta di “cronaca dell’Apocalisse”, intrisa di ricordi ballardiani e di suggestioni a base di droghe allucinogene che ricordano le visioni di Philip K. Dick. Definito dallo stesso autore “una favola nera”, l’opera è anche una riflessione sui rapporti genitori-figli, sulla mancanza di comunicazione tra generazioni diverse, sull’emarginazione e sulla difficile comprensione dell’altro-da-sè. Nerozzi conferma come sia possibile sudare freddo senza rifugiarsi negli autori d’oltreoceano. L’America - ancora una volta - sta qua.