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Il cielo per Roma

Il cielo per Roma

La caduta traumatica di un puro spirito nella materia. L’anima di un apprendista angelo con le ali ancora appena abbozzate, è quella di Sinesio di Cirene, filosofo Neoplatonico discepolo di Ipazia di Alessandria. Dopo un sommario “addestramento” da parte di Kontrollo, il Capo dei Servizi Segreti Angelici – i quali ormai sembrano agire in autonomia rispetto a un Dio ostile ed eclissato -, Sinesio torna a rivestire spoglie mortali. Si ritrova così nel corpo cadente dell’avvocato romano Chiaffredo Buffaldieci Guastella. La missione di Sinesio/Chiaffredo è quella di indagare sul potenziale manifestarsi dell’Anticristo sulla Terra, rivelazione del primo sigillo dell’Apocalisse. La Chiesa romana infatti è alle prese con lo scisma dei seguaci divisi tra due Papi: da una parte l’innovatore Materno I, dietro al quale si cela la figura del Santone Benicio Aparecido Pereira Rodrigues, dall’altra il dimissionario Gregorio XVII. Il panorama destabilizzante e confuso nel quale l’inesperto angelo incarnato si muove è quello di una Roma alle prese con il rischio contagio da Morfar19 o morbo di Farlock...

Con dialoghi ridotti al minimo, lasciando molto spazio alle divagazioni del protagonista, Il cielo per Roma assume più che altro i contorni di un monologo. Con linguaggio molto costruito e barocco, in un gioco di acrobazie sintattiche e lessicali, se ne ricava da subito la percezione di un compiacimento autoriale nella costruzione stilistica. Col risultato di opprimere e occultare tutto il resto eventuale: “Pensavi di non pagarla Chiaffredo? (...) Con tutto il tuo addestrato inveire con lessico forense, a botta di denegate e non credute ipotesi, e prospettazioni di controparte meramente ipotetiche, strumentali, all’evidenza prive di pregio, risibili, come l’odierno deducente, come il giudizio mal riposto e inconferente, con l’argomento infondato errato influenzante in senso decettivo, con l’ex adverso invocato prodotto citato contestato, conoscibile aliunde, negligente ed imperito e con gli attori e le attrici che non si sono preoccupati di offrire alcuna allegazione, rectius e responsabilità aquiliana e con quello che interrompe il nesso eziologico (...)”. Moltiplicare per due e avrete una pagina. Moltiplicare poi per 260, auguri. Durante questi passaggi monologanti, Massimo Bàino sembra talvolta intuire lo sfinimento che potrebbe assalire il lettore tanto da arrivare a dire “Se avete fretta, e so che ce l’avete, sempre, andate pure avanti con le pagine, ci incontreremo in un altro punto di questa cronaca (...)”. E ancora “Saltellate qua e là, piluccando dove vi aggrada, come il passero di Lesbia”, oppure “Chi di voi lettori non intende farsi questo viaggio, non tanto lungo in verità, può saltare un po’ di righe e andare oltre (...)”. Ecco che il monologo assume i toni di un soliloquio. Un interminabile assolo di atletismo tecnico e strumentale incurante delle orecchie del pubblico. Nel frattempo però, il virtuoso suonatore sembra divertirsi molto. Peccato che si diverta solo lui.