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Il cielo sopra Varsavia

Il cielo sopra Varsavia

Varsavia, anni Novanta. Bottiglie schiacciate, frammenti di vetro, un copriwater rotto, la cassa di uno stereo slabbrata, la federa del divano lacerata. La casa di Pawel è devastata. Non sono nemmeno le sei del mattino quel giorno. Pawel esce al gelo e sale su un autobus. Le fermate si susseguono, così come le persone che gli scorrono accanto, mentre lui osserva tutto da un asettico torpore. A casa di lei ci sono le sue tracce, i resti di una colazione, cassette audio, vestiti e lenzuola ben stirati e accatastati. È messo male, lo ammette, ma lei non sa come aiutarlo. Spuntare a casa sua in quella mattinata gelida non è stata proprio una grande idea per risolvere i problemi. Esce, un altro tram, altre strade gelide. “Bolek, io ho bisogno di duecento testoni”. Non è in cerca di pochi spiccioli Pawel. All’inizio Bolek pensa di avere davanti un rappresentante e prova a chiudergli la porta in faccia. Poi si ricorda e capisce. “Bolek, sono io. Paweł”. “Che Paweł?” “L’amico di Kicior?” “Di Bogna, tanto tempo fa...” L’appartamento di Bolek è grande. Lui fuma una sigaretta dopo l’altra. L’alcol a stomaco vuoto brucia nelle viscere di Pawel. Chiaccherano, “Ti ricordi, Paweł, quando al Kaprice i soldati ce le volevano dare?”. Ma in realtà l’obiettivo di Pawel non è una rimpatriata tra vecchi compagni di avventure. Ha bisogno di soldi, tanti soldi. Bolek prende le distanze. “Amico, ti sei fottuto il cervello? Se non ti conosco nemmeno”. Bolek in effetti di denaro pare averne a bizzeffe, grazie a traffici loschi. “Sembra che i soldi gli volino in tasca da soli. Vende, compra, non so che diavolo”, aveva detto lei quella mattina a Pawel. Potrebbe essere la persona giusta per lui in quel momento tremendo. C’è di mezzo un prestito, soldi che Pawel avrebbe dovuto restituire presto, invece di trovarsi in pericolo, adesso, e totalmente disperato...

“Nelle albe nevose, quando non c’è vento, l’aria delle periferie ha il sapore del fumo di carbone, e le pale tintinnano metalliche sui marciapiedi”. È una Varsavia cupa quella dipinta da Andrzej Stasiuk così come cupa è la vicenda che riguarda il suo protagonista, un commerciante di tessuti che a causa di una cospicua somma di soldi si ritrova la malavita polacca alle calcagna e cerca l’aiuto di un vecchio conoscente, finendo in un mare di guai. Ci sono strade che puzzano di alcol e fumo, case in rovina, temperature gelide, muri incrostati, aree industriali asettiche e cineree. La narrazione è ricca di descrizioni vivide in cui incombe questo cielo plumbeo che dà il titolo al romanzo e una città disperata e grigia fa non solo da scenario ma da reale protagonista del romanzo. Andrzej Stasiuk è uno de più importanti scrittori polacchi, ma è anche poeta, critico letterario, sceneggiatore, nonché giornalista per le pagine di quotidiani importanti nel suo Paese come Gazeta Wyborca. Nasce a Varsavia nel 1960, dal 1986 ha scelto di abitare a Czarne, un piccolo paese rurale ai piedi dei Carpazi. È noto anche per il suo attivismo politico nel movimento pacifista: ha scontato, sotto il regime filosovietico, dodici mesi di carcere per diserzione. Tra le altre sue opere, sempre per i tipi di Bompiani, il suo romanzo Corvo Bianco, del 2002, che l’ha portato all’attenzione del panorama letterario nostrano.