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Il clima che vogliamo

Il clima che vogliamo

Pianeta. Da un secolo (almeno) per un altro secolo (almeno). Spiega Telmo Pievani nella prefazione: “Abbiamo un problema climatico, anche nel nostro cervello. Sta arrivando la tempesta perfetta, non solo in atmosfera, anche dentro le teste di questo mammifero di grossa taglia sedicente sapiens, nato in Africa 300 millenni fa ed esperto nel cambiare il mondo che lo circonda, salvo poi accorgersi, magari troppo tardi, di doversi autolesionisticamente adattare agli stravolgimenti che ha introdotto”. Pievani, a lungo prorettore all’Università di Padova, dirige il relativo bel magazine culturale e scientifico, ora online, anticamente cartaceo, Il Bo Live. Ogni giorno vi vengono pubblicati corposi meditati articoli su vari argomenti, quasi sempre scientifici, spesso legati alla questione dei cambiamenti climatici antropici globali, alcuni all’interno di una serie specifica che poi ha dato il titolo al volume, “il clima che vogliamo”, premiata nel 2022 per la capacità di comunicare in modo innovativo, ovvero crossmediale (saggi, podcast, infografiche, video) la crisi climatica e la sostenibilità. Conclude Pievani: “capiamo da questi saggi che la crisi climatica è in ultima istanza una questione di altruismo e di rispetto verso chi verrà dopo di noi. La specie umana non è indispensabile. La Terra fotografata da Nettuno occupa 0,12 pixel. Su questo puntino sperduto nel nulla continuiamo a dilaniarci come miopi predatori di un’aiuola. Ancora lunga è la strada per guadagnarci quel participio di specie, sapiens”…

Il bellissimo godibile volume è strutturato in quattro parti, in tutto quasi una sessantina di limpidi selezionati saggi, ricco di illustrazioni, grafici, schede, dati, riassunti, usciti nell’ultimo paio di anni e rielaborati per l’occasione. La prima parte affronta il “come siamo arrivati fino a qui”: lo sfruttamento delle risorse e la crescente concentrazione di CO₂ in atmosfera, le istituzioni e le sedi che se ne stanno in qualche modo occupando, la cooperazione internazionale e l’ingiustizia sociale, le dichiarazioni di facciata e i segnali positivi, il ruolo degli organi di informazione e gli investimenti economici da programmare nei prossimi decenni. La seconda parte spiega le “tre crisi in una”: climate change, crollo della biodiversità, inquinamenti vari. La carenza di risorse idriche è già un dramma per molte popolazioni, la distruzione di habitat aumenta la probabilità di insorgenza di malattie infettive, anche pandemiche; gli eventi meteorologici estremi possono provocare milioni di vittime e arrivare a mettere in ginocchio interi settori produttivi, su tutti quello alimentare. La terza parte motiva le necessità e le urgenze per “il cambio di passo”: smettere di bruciare combustibili fossili e puntare convintamente sulle fonti rinnovabili. La quarta parte mostra infine che “c’è un grande lavoro da fare, e presto”, risposte integrate tra ambiti tradizionalmente distinti. Lo strappo dalla dipendenza dai combustibili fossili non sarà indolore: significa ripensare un’organizzazione sociale costruita in decenni e vincere resistenze spesso votate alla difesa di interessi costituiti. Un testo da tenere sempre sotto mano di questi tempi, sfogliandolo ogni volta che serve, anche con l’utile “climazionario” che in fondo rimanda a temi e pagine chiave. E poi, magari, spostandosi sul sito (ove ritroverete il nome degli autori e delle autrici della briosa competente redazione) e cercando lì l’articolo giusto per capire e aggiornarci.