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Il club dei lettori in cerca di felicità

Il club dei lettori in cerca di felicità

La scrittrice. Non ancora venticinquenne, Alice è decisamente giovane come scrittrice, ma sotto alcuni aspetti è fin troppo matura. Ha sempre osservato, imparato, cercato ciò che le persone non stanno dicendo: si può imparare infinitamente di più, tenendo gli occhi bassi – e comunque suo padre preferisce i bambini rispettosi. Quando ha imparato a leggere ha scoperto un mondo tutto suo, lontano da casa e dalla piccola città dell’Oregon orientale dove vive. L’anno in cui Alice ne compie nove, la sua scuola organizza un incontro con un’autrice e lei capisce per la prima volta – in maniera deprimente ed eccitante allo stesso tempo – che i libri sono scritti da persone reali e non magiche come i loro personaggi: lì c’è una donna intenta a raccontare alla classe che scrive ogni giorno, in determinati orari e usando una normalissima penna ed è in quel momento che Alice decide di creare dei mondi tutti suoi. Suo fratello Peter ha otto anni più di lei e non fa che nuotare, oppure correre o sollevare pesi per prepararsi a nuotare, e trascorre i weekend raggiungendo insieme al padre la sede delle varie gare. È a Peter che Alice racconta le cose. L’anno in cui lei compie dieci anni, Peter va al college con una borsa di studio per il nuoto, lasciandola sola. È sempre stata la ragazzina che legge in disparte durante la pausa pranzo o sull’autobus e figura sempre tra i migliori nei corsi d’inglese, così decide di esercitarsi: se gli scrittori sono prestigiatori, devono esserci trucchi che si possono imparare. Nel mondo reale cerca di cogliere ciò che le persone dicono senza accorgersene. Ascolta. Colleziona le storie a cui assiste e le annota su quaderni che tiene sotto il materasso e ogni tanto ne manda uno a Peter. Alice ha quattordici anni quando, quattro mesi prima della laurea, il fratello lascia il college e parte per una destinazione ignota: per qualche anno le manda delle cartoline, poi più nulla. Alice ottiene una borsa di studio per un piccolo college nel Maine, dove frequenta per tre anni ogni corso di scrittura creativa del professor Roberts, il quale le riconosce un incredibile talento per i dettagli. E poi Peter, dopo sette anni, torna a casa. Lavora come cuoco e vive in un minuscolo appartamento, dove, prima di rientrare al college, la sorella lo incontra tre volte: a cena, tra un boccone e l’altro le racconta dei suoi viaggi e che a volte si chiede come sarebbe stato essere nell’acqua da solo, senza nessun altro nella sua testa. Alice riceve la notizia tre giorni dopo essere tornata al college, in autunno: Peter è morto di overdose, lo hanno trovato nella vasca da bagno, senz’acqua. Al funerale, bloccata tra i genitori mentre il pastore parla, Alice chiude gli occhi, inspira l’odore di angoscia e di senso di colpa, uno per lato. Nessuno dei due proveniente dalla persona che lei si aspetta…

Alice riuscirà a scrivere il suo libro, Theo, e a pubblicarlo. Pur non avendo accesso alla trama vera e propria, ne otteniamo alcuni frammenti attraverso le esperienze di lettura di nove personaggi diversi, uno per ciascuno dei dieci capitoli: dopo la scrittrice, l’assistente, l’attore, l’apneista, l’artista, la teenager, il libraio, il guardiano, la coordinatrice e l’agente letteraria, scoprendo, fra l’altro, curiosi dettagli di alcune attività, come il lettore di audiolibri o la “coordinatrice di intimità” per il cinema. Le diverse storie si svolgono in un arco di tempo che va dal 2010 al 2019 e l’ambientazione va dal Maine, allo Stato di Washington, dalla California a New York City. L’epigrafe – “Non esistono due persone al mondo che leggano lo stesso libro o vedano lo stesso quadro”, attribuita a Edmund Wilson, un celebre critico letterario americano – può essere trovata in The Writings of Madame Swetchine del 1860, da cui è tratto il titolo originale “No Two Persons”. Rispetto alla traduzione italiana, più ammiccante, esprime in modo più chiaro il fulcro attorno al quale si sviluppa l’intero romanzo, ovvero il potere delle storie, il legame unico, personale che ciascuno di noi ha con i libri e il modo in cui ne veniamo influenzati. Come spiega il professore di scrittura creativa: “Penso che ogni storia abbia una vita propria. All’inizio abita nella mente dello scrittore, dove cresce e cambia. E cambia anche lo scrittore, scommetto. A un certo punto viene messa per iscritto, e quello è il libro che i lettori tengono tra le mani. Ma la storia non è conclusa, perché passa a vivere nella mente dei lettori, in un modo diverso per ognuno di loro. Siamo tutti custodi delle storie, Alice. Gli scrittori sono semplicemente i fortunati che riescono a conoscerle per primi”. Ma non è finita qui. I dieci personaggi, che l’autrice ha saputo descrivere in modo così realistico e coinvolgente, cogliendo aspetti originali della loro esistenza e la drammaticità del momento che stanno vivendo, sono molto diversi, eppure, pagina dopo pagina, emergono, anche a distanza di anni, legami sorprendenti e inaspettati, dovuti non solo alla lettura che hanno condiviso, ma a semplici fatalità: personaggi di fantasia hanno saputo alleviare il dolore, suscitare empatia, stare con loro in momenti di profonda solitudine… È facile apprezzare la scrittura misurata, confortante ed eloquente di Erica Bauermeister: apri il libro e lo senti allungare le braccia verso di te per afferrarti. Sai che ogni parola letta significa una parola in meno rimasta, eppure non riesci a smettere. Per usare le sue stesse parole: “È come mangiare il miglior gelato della tua vita in una giornata calda. Vuoi mangiarlo in fretta, ma anche fare in modo che non finisca mai”.