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Il cognome delle donne

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18 giugno 1970. In genere in questo periodo dell’anno si va al mare e si grigliano le sarde sulla brace in cima al terrazzo. Oggi, invece, piove e tira vento, mentre il cielo ha il colore del cemento. Selma è a letto; da un po’ di tempo se ne sta coricata per quasi tutta la giornata, mentre sua madre Rosa le porta brodo di pollo e latte, le uniche cose che la donna riesca a digerire. Rosa vuole fare da sola in cucina: traffica tra pentole e fornelli, finché non le esce un brodo appetitoso, ma così leggero da essere inodore. D’altra parte, è l’unica cosa adatta all’appetito di sua figlia Selma, che fatica a mandarne giù qualche cucchiaio. Rosa costringe Selma a sollevare la schiena, per permettere al cibo di entrare meglio in bocca. La figlia ci prova e tenta di sollevarsi, ma sente male al petto e, in questa posizione, a ogni respiro il fiato diventa secco. L’unico modo per non tossire è mettere diversi cuscini dietro la schiena, fino al collo. In questa posizione il brodo va giù meglio e Rosa, soddisfatta, smette di stressare la figlia e la lascia in pace a cucire. Non riesce più a lavorare a macchina, Selma. Allora ricama. È la figlia Patrizia a posarle tra le mani il tessuto di cotone bianco sul quale la donna sta ricamando una ricciuta M azzurra. Poi la cucirà sul grembiule di scuola della figlia minore, Marinella. Inizialmente avrebbe voluto scrivere Meraviglia sopra il taschino, ma forse è meglio fermarsi alla lettera iniziale, che poi è anche quella del nome della ragazzina. Marinella se ne sta sdraiata ai piedi del letto della madre e riempie di ghirigori un foglio bianco. Patrizia invece, che non osa avvicinarsi al letto della madre e in genere la guarda da distanza, stretta in un angolo della camera, ora telefona al dottore, per cercare consigli che sa già si riveleranno inutili. Lavinia invece – terza figlia di Selma – non ci pensa proprio a lasciare la mano che sua madre stringe forte. Vuole aiutarla a sollevarsi ancora un po’ per permetterle di respirare meglio; propone di cambiare aria alla stanza. Ma Rosa, dall’altro lato del letto, sfiora la mano della nipote e suggerisce di lasciare in pace l’ammalata. All’improvviso il letto trema. Anche le pareti, il pavimento e il soffitto tremano. Patrizia corre ad acciuffare Marinella e si nasconde con lei sotto il letto; Lavinia stringe più forte la mano della madre e Rosa resta immobile a guardare muri e tetti tremare per un interminabile minuto. Poi ogni cosa si ferma, compreso il cuore di Selma…

Tre generazioni al femminile: madre, figlia e nipoti. Il romanzo d’esordio di Aurora Tamigio – autrice siciliana trapiantata a Milano – è un romanzo corale, una saga familiare che racconta, attraverso le vicende di Rosa, Selma, Patrizia, Lavinia e Marinella, il percorso duro e accidentato che le donne, in genere, sono chiamate a percorrere nel corso della loro esistenza. Attraverso matrimoni e morti, conquiste e sofferenze, vicende personali e Storia di una nazione, l’autrice mostra una storia di formazione che abbraccia un lungo periodo, compreso tra gli anni del secondo conflitto mondiale e la fine del Novecento: una quotidianità a volte faticosa e a volte drammatica sullo sfondo di un piccolo paese della provincia siciliana, in cui la figura femminile non ha vita facile e deve annullare la propria femminilità se desidera diventare parte integrante della società. Ma Rosa, rafforzata da un’infanzia segnata dai soprusi e dalle botte, non ci sta, riesce a conquistare un proprio spazio e diventa un’adulta autorevole e carismatica. La figlia Selma è di tutt’altra pasta e mostra, attraverso le sue scelte di vita, una delicatezza che è l’opposto della madre. Poi ci sono le tre nipoti di Rosa, giovani donne alla ricerca di un ruolo ben definito, che riesca a valorizzarle appieno. Una vicenda di formazione, dicevamo, al centro della quale c’è la determinazione con cui il genere femminile si è imposto in una società maschilista, nonché una riflessione sull’importanza dell’eredità familiare, a cui le donne della storia si aggrappano per definire se stesse. Una storia potente, raccontata con uno stile asciutto e uno sguardo attento, capace di cogliere ogni dettaglio e di raccontare con passione, attingendo di tanto in tanto al realismo magico che richiama parte della letteratura sudamericana, quel che di più autentico l’animo umano – specie quello femminile – racchiuda.