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Il colpo di Stato del 1964

Il colpo di Stato del 1964. La madre di tutte le fake news

11 maggio 1967. Il settimanale “L’Espresso” esce in edicola con uno scoop pazzesco, che scuote come un terremoto la scena politica italiana. In prima pagina si legge a caratteri cubitali: “14 luglio 1964 – Complotto al Quirinale” e sotto: “Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato”. Ci si riferisce ad Antonio Segni e a Giovanni De Lorenzo: nel 1964 il primo era Presidente della Repubblica, il secondo Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri. È la prima volta nella storia della Repubblica italiana che un organo di stampa accusa apertamente il Capo dello Stato di aver tramato contro la democrazia e di aver addirittura avallato un complotto armato. A firmare l’articolo de “L’Espresso” è il giornalista Lino Jannuzzi, che racconta di come in quella estate del 1964, con il primo governo Moro in piena crisi, De Lorenzo avrebbe riunito a Roma, nella sede dell’Arma in viale Romania, gran parte dei vertici dei Carabinieri (“due generali di divisione, undici generali di brigata e mezza dozzina di colonnelli”, per la precisione) e avrebbe pronunciato un discorso molto preoccupato sulla situazione politica del momento, svelando che il Presidente Segni avrebbe dato ad Aldo Moro una sorta di ultimatum: o si disinnescavano le pretese dei socialisti oppure sarebbe stato varato un governo monocolore democristiano d’emergenza con ministri tecnici e militari, sperando che ottenesse la fiducia. In caso contrario sarebbe stato necessario sciogliere il Parlamento e andare a elezioni anticipate. Contestualmente Segni avrebbe chiesto proprio a De Lorenzo rassicurazioni sul fatto che – in quell’ultimo caso – l’ordine pubblico sarebbe stato garantito con certezza e fermezza. Il Comandante generale avrebbe quindi avvertito gli altri ufficiali di considerarsi “in stato d’allarme” e di tenersi pronti per attuare il cosiddetto Piano E. S., che prevedeva tra l’altro “l’occupazione delle sedi dei partiti e l’arresto di esponenti politici”. Lo scoop de “L’Espresso” fa scoppiare un enorme scandalo, che avrà profonde conseguenze politiche e anche giudiziarie. Ma la riunione di cui parla Jannuzzi nel suo articolo si è tenuta sul serio? Antonio Segni ha veramente dato quelle indicazioni al generale De Lorenzo? L’Italia ha davvero rischiato un colpo di Stato nel 1964?

Mario Segni – docente universitario ma anche uomo politico di grande fama e seguito popolare negli anni Novanta, durante la lunga stagione dei referendum sulla legge elettorale – è come si sa figlio di Antonio Segni, più volte Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica solo dal maggio 1962 al dicembre 1964 per gravi problemi di salute. Quando scoppiò lo scandalo sul cosiddetto Piano Solo a seguito delle rivelazioni de “L’Espresso” (allora diretto da Eugenio Scalfari), sebbene vivesse a Padova - dove era assistente universitario di Diritto Privato - Mario si trovava a Roma. Assistere da vicino al dolore del padre travolto dallo scandalo lo colpì, come è comprensibile, profondamente. Lo sdegno per accuse che ha sin da subito ritenuto come minimo fantasiose (vere e proprie “fake news”, le definisce nel sottotitolo del volume) lo ha accompagnato da allora. Questo volume è l’occasione per ripercorrere tutte le fasi ufficiali e alcuni retroscena della vicenda, denunciando innanzitutto i guasti di una tecnica giornalistica che negli ultimi decenni è diventata la norma, e cioè “lanciare nel titolo un fatto che va molto al di là del contenuto dell’articolo, o dare per scontato ciò che invece si cerca di provare”. La tesi dell’autore sulla sostanza, oltre che sulla forma, della questione è ben chiarita da Agostino Giovagnoli nella sua introduzione: “Quello che è stato chiamato «il golpe De Lorenzo» non fu un colpo di Stato ma l’assunzione di misure, discutibili fin che si vuole, prese – nel contesto della situazione e della mentalità dell’epoca – per assicurare l’ordine pubblico in caso di gravi disordini e in particolare per garantire lo svolgimento delle elezioni se fossero state convocate anticipatamente”. A fare luce su tutte le ombre della vicenda però questo pur importante lavoro di demistificazione non è sufficiente. Rimangono interrogativi importanti, e purtroppo la strategia della tensione, la guerra fredda, i depistaggi e le manovre occulte di parte degli apparati statali non possono affatto essere ridotte a un’invenzione politica o peggio a una sorta di psicosi sociale. Di sicuro però Segni riesce nell’intento di smascherare il perverso meccanismo comunicativo (di gran moda anche oggi) per cui nell’immaginario collettivo si sono sedimentate informazioni sul presunto golpe del 1964 che non solo non sono mai state dimostrate, ma che nemmeno erano contenute nei famosi articoli de “L’Espresso”. È comunque un contributo essenziale.