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Il complotto dei calafati

Il complotto dei calafati

A Cagliari, nella necropoli di Tuvixeddu, uno sparo desta di soprassalto le anime dei dormienti: Fenici, Romani, fino agli ultimi disgraziati che hanno raggiunto il regno dei morti di recente, cascando e rompendosi il cranio in quella distesa di tombe scavate su un intero colle e una valle bianca di pietra calcarea. Il ragazzo che ha sparato sta inseguendo il bandito Anima Niedda e quando si trovano faccia a faccia, nonostante la pistola puntata, il bandito – in un pugno la bombetta e nell’altro un coltellaccio – non può fare a meno di ridere e sbeffeggiare quel ragazzo cascato in un abito di due taglie più grandi e la faccia segnata dal vaiolo: non lo avrebbe mai preso in quella rete segreta, nel suo covo. Questa volta, però, a mettere un piede in fallo e a piombare giù in una delle mille buche senza fine in quell’inferno, con un grido che fa volare pipistrelli e rintanare le salamandre, è proprio Anima Niedda. L’ingresso di Clara Simon nella maestosa villa Pernis è accompagnato dall’abituale chiacchiericcio: la nipote del più importante armatore della Sardegna, figlia di un capitano della marina militare regia e di una cinese del porto, morta dandola alla luce, è per molti “la bizzosa mezzosangue” o “la ragazzina dagli occhi a mandorla”. Eppure, questa volta percepisce la tiepida ammirazione di chi le riconosce il merito di aver partecipato alla soluzione del caso dei ragazzini scomparsi. La festa benefica più importante dell’anno è stata organizzata la stessa sera del «Gran ballo popolare pro Calabria», per aiutare una regione messa in ginocchio dal terremoto avvenuto nella notte fra il 7 e l’8 settembre 1905: a Clara è stato affidato il prestigioso incarico di raccontare l’avvenimento ai lettori de L’Unione. Ma la serata verrà ricordata soprattutto per l’agguato teso al chiacchierato conte Anton Angelo Cabras, ucciso con la moglie Mafalda e l’autista mentre facevano ritorno a Cagliari, dopo aver partecipato alla festa a villa Pernis...

Dopo il suo esordio ne I delitti della salina, la giovane Clara Simon, ricca e affascinante collaboratrice senza firma de “L’Unione”, aspirante giornalista investigativa, si trova nuovamente coinvolta in un crimine su cui indagare, affiancata dall’amico e collega Ugo Fassberger e dal capitano di polizia giudiziaria, uomo fidato del procuratore del re, Rodolfo Saporito, entrambi sensibili al fascino della ragazza, così come Fiorenzo Giusti Cabras, il nipote delle vittime e l’avvocato Mario Tucci, inviato del comitato nazionale del Partito Socialista a coordinare le iniziative benefiche in terra sarda. L’azione si svolge tra la necropoli punica, il porto, il nobile quartiere Castello, il vecchio fortino doganale trasformato in locanda e l’immensa spiaggia di sabbia immacolata, il Poetto. La Cagliari del 1905 – descritta in modo vivido e originale da Francesco Abate – è dominata dall’arrogante intreccio di affari e potere; è una città dove la comunità cinese e la malavita locale convivono, insieme ad abili e ricchi commercianti svizzeri, studenti fuorisede, umili lavoratori e lavoratrici. Stravaganti personaggi di fantasia, come Maria Boi, detta Sarrana – un donnone capace di lasciarsi andare a una raffica di improperi che farebbero impallidire uno scaricatore di porto di Reggio Calabria; busto corto, braccia lunghe quasi quanto le gambe, così da sembrare una rana di acquitrino – convivono con altri realmente vissuti, come un giovane Max Leopold Wagner, linguista e filologo tedesco di fama mondiale. Il timore che la responsabilità del delitto venga attribuita al movimento socialista si rivela fondato, ma Clara non ha mai creduto a questa pista e, dopo aver consegnato il colpevole al capitano Saporito, si appresta ad affrontare una questione strettamente personale e urgente: conoscere le sorti del padre, Francesco Paolo Simon, eroe della spedizione inviata in Cina per sedare la rivolta dei Boxer, disperso e ascritto da tempo fra i defunti. Un caso archiviato per tutti, ma non per lei.