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Il console

Il console

Capri è un’isola molto diversa dalla Palestina. Lena se ne rende conto molto presto, appena mette piede sull’isola dei Faraglioni. Ex prostituta giudea, è stata ridotta in schiavitù dalle milizie romane per poi passare al servizio nella maestosa villa dell’imperatore Tiberio, dove è sempre stata una serva fedele, obbediente e rispettosa. Molti si sono approfittati di lei, dagli schiavi al servizio dell’imperatore ai tanti nobili anziani e stanchi che passavano per quelle stanze imponenti. Solo uno, però, la convince a raccontare la sua storia, la storia del suo incontro con l’Uomo dei Miracoli. Quella sera trascorsa con l’anziano console non la dimenticherà mai. Né lei, la schiava meretrice cristiana, potrà mai essere dimenticata dal console stesso. Il ricordo di quella notte lunga e tormentata lo perseguiterà per anni. Lui, il politico infaticabile, ex governatore della Samaria e ricco senatore romano, guarderà alla notte passata con Lena sempre con occhi pieni di rimpianto e gratitudine. A quel tempo è un uomo già adulto, che tante difficoltà ha dovuto affrontare nella sua vita, ma il racconto della donna è comunque capace di colpirlo nel profondo. Mai in una donna, e men che meno in una schiava, ha trovato tanta grinta e tanto coraggio nascosti sotto una coltre di rispetto e di accondiscendenza. È un esperimento il suo, un’analisi dell’animo umano e dei suoi risvolti più nascosti. Quella sera, in quella stanza, non ci sono sovrastrutture, convenzioni sociali o gerarchie di sorta. Ci sono solo un uomo e una donna, i loro cuori, i loro desideri, i loro corpi, i loro rimpianti e i loro occhi pieni di lacrime…

La lunga lettera che propone Marco Vichi in questo romanzo è un racconto intimista e sincero. L’autore della fortunata serie de Il commissario Bordelli mette a nudo i pensieri di un anziano console romano che si confessa alla giovane sorella con quello spirito schietto e tagliente, che solo chi ha tanto vissuto sa usare con tanta facilità. Senza mai interrompere veramente la narrazione e senza cambiare mai punto di vista, Vichi riesce comunque a dare spessore al suo personaggio, regalandoci una figura tutt’altro che prossima alla fine della propria vita. Il console che racconta gli eventi è un settantenne ancora capace di emozionarsi, commuoversi e turbarsi al pensiero della bella e penetrante Lena, incontrata molti anni prima. Ma la sua lettera è anche l’occasione per raccontarci degli ultimi anni di governo di Tiberio, all’indomani dell’affaire che ha coinvolto l’amico Elio Seiano: la villa imperiale diventa lo sfondo di un racconto non così lontano dalla vita pubblica di Roma come si potrebbe credere. L’estrazione sociale del narratore, poi, ne fa un testimone privilegiato dei principali eventi della capitale dell’Impero così come delle province più lontane, oltre a renderlo uno dei custodi delle istituzioni e dei costumi più tradizionali. Non che questo gli abbia impedito di sviluppare un pensiero critico, e spesso divergente dalle credenze più diffuse. Ecco che questa lettera diventa, con uno stile talvolta eccessivamente artificioso, una sorta di testamento spirituale della migliore aristocrazia romana: quella colta e raffinata, compassata nelle emozioni e amante della bella vita.