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Il coraggio tra le mani

Il coraggio tra le mani

Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Ottanta del Novecento l’Italia vive la cosiddetta stagione degli anni di piombo, come il metallo che da sempre si associa alle pallottole: in quel periodo infatti esistono delle formazioni terroristiche che si muovono al di fuori del parlamento, in quanto espressione della lotta armata estremista, e della legalità. Il loro intento è sovvertire lo stato e compiono delitti e attentati: la dialettica politica trascende sovente in scontri di piazza e non solo, che vedono coinvolti per lo più i giovani. Il mondo sta cambiando, le istanze sono diverse, c’è desiderio di novità e modernità, il boom è finito, l’austerità incombe, c’è chi passa le serate in discoteca e chi in fabbrica a fare il turno di notte per portare a casa uno stipendio da fame che non ripaga certo tutta quella fatica improba, fisica e mentale, chi manifesta il proprio dissenso civilmente e chi viene sedotto dai cattivi maestri che fanno dell’ideologia uno strumento di morte, c’è chi è finito sulle prime pagine, nel bene e nel male, e sui libri di storia, e chi è rimasto nell’ombra, nell’anonimato, sovente per poter difendere la legge, l’ordine e lo stato, per salvare delle vite. Dare un riconoscimento ai membri della sezione speciale anticrimine di Roma, che hanno sgominato non solo la colonna capitolina delle BR ma anche, in collaborazione con altre compagini delle forze dell’ordine, molti ulteriori gruppi terroristici, è l’intento di questo libro…

Dare voce a chi voce non ha: è anche a questo che perlomeno dovrebbe servire la letteratura. La storia, si sa, inoltre, spesso e volentieri è scritta da una parte sola, quella che vince: ma esistono delle circostanze per cui ha più risalto chi ha perso, ha sbagliato e si è redento – è sacrosanto che una volta che si è espiata la pena comminata secondo giustizia si venga reintegrati nel consesso civile, è la base della democrazia: ma certo può lasciare perplessi che chi ha fatto della propaganda ideologica uno strumento di guerriglia poi possa addirittura sedere su una cattedra universitaria – rispetto a chi ha vinto, ha sconfitto il terrorismo, sia rosso che nero, che per lustri ha seminato morte e insozzato la cosa più bella e sacra, le speranze dei giovani, che ha violato, tradito, sfruttato e strumentalizzato, è stato sempre dalla parte giusta della barricata, ossia da quella della legalità e della salvaguardia della vita e del bene della collettività, e non ha mai ricevuto un grazie, un po’ perché l’oblio sull’identità (creativi spesso gli pseudonimi: Lupo, Kawasaki, Tromba, Palla, Frasca, Vecchio, Bolognese…) gli garantisce incolumità, un po’ perché ha fatto comodo a molti dimenticare in fretta e furia, da una parte e dall’altra. Costoro dunque hanno per certi versi vissuto il destino di tutti i reduci, che tornano a casa straziati dalla guerra ma nessuno li vuole ascoltare: Emiliano Arrigo, dottore in scienze della comunicazione e giornalista esperto in affari militari che, lavorando alla Camera, dove è tornato dopo una lunga esperienza nel settore della comunicazione della Difesa, conosce per mestiere ed evidente passione i fatti e la politica, amalgamando abilmente vari livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, facendo emergere un’ampia messe di dati e documenti, ne fa, assieme a Enzo Magrì (la prefazione è del generale e prefetto, ex comandante del ROS e direttore del Sisde Mario Mori), un ritratto vivido e puntuale, di grande interesse e spessore.