Fine Settecento, Palazzo di Capa Guasta. Mentre osserva l’imponente costruzione, la cui parte inferiore è consumata dal sale, Altagracia Valiago ripete la parte mandata a memoria e pensa al fatto che anche in Spagna si sa che il Marchese Saverio Contardo de Vedina non nega ospitalità a nessuno. Altagracia stringe tra le mani il documento, con tanto di sigillo spagnolo impresso, che potrebbe – e, si spera, dovrebbe – aprirle le porte del palazzo e darle asilo sicuro. Quel documento gliel’ha procurato un falsario, che si è firmato con il nome di un nobile morto poco tempo prima; in esso sta scritto che la giovane proviene da un monastero che è andato a fuoco e che la giovane è rimasta sola al mondo e ha bisogno di aiuto e di un riparo. Il marchese risiede a Palazzo in precisi periodi dell’anno, a seconda della possibilità o meno di dedicarsi alla caccia: il mare non gli suscita alcun interesse, mentre adora cercare e uccidere prede. Ecco perché ha fatto popolare la sua tenuta di bestie importate e anche di piante provenienti da terre lontane. Inoltre, ha deciso che nessun recinto dovrà delimitare la tenuta. Le prede dovranno avere l’illusione e la speranza di potergli sfuggire. Il palazzo di Capa Guasta può essere raggiunto solo via mare e, quando si trova lì, il Marchese può dimenticare quasi completamente la paura che attanaglia ogni suo pensiero di giorno e di notte, quella fobia che lo inquieta quotidianamente. Il Marchese è convinto che l’isolamento garantito dalla sua permanenza a Palazzo possa tenerlo lontano dal morbo che ha fatto impazzire quasi tutti i suoi avi. Lui vuole sfuggirgli e anche Lauretana – la fattucchiera che una sorte benevola gli ha posto a fianco durante un viaggio – gli ha confermato che l’unica via certa che gli consenta di eludere la malattia sia rappresentata dalla vita ritirata a Palazzo. Lauretana gli ha consigliato anche altro: per soddisfare i suoi appetiti è bene che orienti le proprie scelte verso giovani vergini. Ecco perché le porte del palazzo sono costantemente aperte per le giovinette provenienti da altre terre. E Altagracia Valiago è una di esse. Per di più, è bellissima…

Dopo il successo dei romanzi di genere che hanno come protagonista Blanca, poliziotta ipovedente esperta di decodificazione, Patrizia Rinaldi, autrice napoletana dalla penna raffinata, si cimenta nel romanzo storico e ambienta la vicenda in un feudo campano a cavallo tra Settecento e Ottocento. Il Marchese Saverio Contardo de Vedina è un personaggio che attira l’interesse del lettore fin dalle prime pagine. Tanto ricco quanto capriccioso, è ossessionato dal timore di finire, come gli antenati di famiglia, vittima di una misteriosa malattia che conduce alla pazzia. Per sfuggirle, il Palazzo di Capa Guasta, raggiungibile solo via mare, rappresenta una fortezza sicura, una sorta di grembo materno che lo pone al riparo da ogni pericolo. Ma il Marchese non ha fatto i conti con i palpiti del cuore e quando a Palazzo si presenta una splendida giovane spagnola dagli occhi profondi ed ammalianti, Saverio non può che cedere e innamorarsene. La giovane Altagracia, tuttavia, suscita anche un sentimento opposto – un odio feroce – in Lauretana, la fattucchiera a cui il Marchese ha affidato ogni suo pensiero fino a quel momento. Con l’arrivo della spagnola, Lauretana viene detronizzata e, immediata, scatta la volontà di vendicarsi. Il risultato è uno scontro durissimo, senza esclusione di colpi, che spinge le due donne a ricorrere a ogni mezzo, lecito e non, inclusi i loro corredi, bauli carichi sia di inestimabili tesori che di misteri e segreti, sepolti a lungo sotto la polvere ma destinati ora a venire alla luce per scardinare ogni tipo di ordine precostituito. Rinaldi dà vita a un romanzo intenso capace di mostrare in maniera estremamente efficace il potere e la forza dell’amore, sentimento in grado di creare stravolgimento e minare ogni certezza. Con un linguaggio arricchito da tutto ciò che attiene alla tradizione partenopea e da pennellate di magico, l’autrice regala al lettore una storia d’altri tempi ma estremamente moderna, avvincente come una fiaba ma appassionante e imprevedibile come la vita vera.