Sarah è sconvolta, ha scoperto che suo padre, alla bella età di ottantatré anni ha iniziato le pratiche per l’aliyà. Vuole tornare in Israele e non lo ha detto a nessuno. È questo che annuncia al marito mentre è in cucina. Jonathan non la sente, è appena rientrato a casa e si lascia cadere sul divano con un sospiro di sollievo. L’ora di palestra, dopo quelle di Pronto Soccorso e le altre passate a battere la relazione per il prossimo congresso di Berlino, l’hanno estenuato. Sarah entra in sala e con passo leggero va a sedersi sul divano accoccolandosi accanto al marito. È una bella donna di cinquantacinque anni, dalla pelle luminosa e la naturale eleganza che la danza classica ha conferito alla sua figura. Con lo sguardo perso nel vuoto ripete tutto al marito e annuncia che partirà subito per Tel Aviv, vuole riportare suo padre a casa. Il volto di Jonathan si distende, fino quasi ad abbozzare un sorriso, per un attimo ha pensato che suo suocero stesse male. E poi non ci vede niente di strano sul fatto che voglia tornare in Israele, anche lui lo vorrebbe. Samuel ha sofferto molto per la morte della moglie e adesso aspira ad un po’ di tranquillità. Sarah non demorde, ha paura che suo padre cominci a perdere colpi con la mente, proprio come sua madre - colpita dall’Alzheimer. Un lungo trillo del campanello li fa sussultare: è Liora, la sorella di Jonathan, venuta a dar man forte a Sarah. Samuel ha detto che sta bene dov’è e che non ha nessuna intenzione di tornare a Milano. Di nascosto è spesso andato a Tel Aviv dove vive Benjamin, un suo amico d’infanzia, anche lui architetto e vedovo da poco tempo. E ha comprato pure una casa che sta arredando. I due si conoscono dal lontano 1943 quando, all’età di sette anni, Samuel è arrivato dalla Bulgaria con la madre e i fratelli maggiori. Poi nel 1947 la famiglia ha deciso di trasferirsi a Milano e i bambini hanno sofferto moltissimo per la separazione. Jonathan sbuffa apertamente, ne ha abbastanza di questa conversazione che non porta a nulla e rivolgendosi affettuosamente alla moglie le dice: «Tuo padre sarà felice di averti tutta per sé per qualche giorno. Vedrai, stare insieme gioverà a tutti e due»...

Il cortile di via Dizengoff di Liliana Treves Alcalay è un romanzo che ripara, ricuce e ricorda. È il libero fluire delle parole, dei gesti e dei sentimenti tra padre e figlia che costruiscono la storia, narrata in modo chiaro e fluido dall’autrice. Il libro si apre con la scoperta da parte di Sarah che suo padre Samuel è deciso a fare l’aliyà. Questa è un concetto importante della cultura ebraica. È sancito dalla Legge del ritorno israeliana, che riconosce a qualsiasi ebreo, considerato tale dalla legge secolare israeliana, il diritto legale all’immigrazione assistita e all’insediamento in Israele, nonché alla cittadinanza israeliana. Samuel vuole tornare nella terra che lo ha visto felice da bambino, quando profugo dalla Bulgaria è arrivato in Israele nel 1943. Ed è proprio verso Rechov Dizengoff, dove abitava con la sua famiglia, che porta la figlia a vedere la casa in cui ha vissuto, rimasta tale e quale da allora. In copertina il dipinto di Barbara Nahmad Marbles del 2012 mostra dei bambini che giocano a terra, proprio come Samuel era solito fare con il suo amico Benjamin. “La mamma ti ha impegnato sino all’ultimo e sei stata una figlia meravigliosa, ma a noi due è mancato il tempo di confidarsi in questi lunghi anni di sofferenza”. È in questa frase che si racchiude il cuore del romanzo. Samuel condivide con la figlia per la prima volta i patimenti, la povertà e le paure passate in Bulgaria. Anche se nel marzo del 1943, il vicepresidente del parlamento bulgaro Dimitar Peshev si oppone alla deportazione dei quasi cinquantamila ebrei del Paese, impedendo che anche un solo treno partisse per Auschwitz, lui e la sua famiglia sono costretti a fuggire vanno in Turchia per finire nella Palestina del Mandato britannico. C’è anche un oggetto importante per Samuel e che si rivelerà un collante tra padre e figlia. È un trenino, di fabbricazione tedesca, un Märklin, una perfetta imitazione dell’Orient Express, un regalo per lui, che nella fretta della partenza per Milano ha dimenticato. Quel trenino rappresenta l’infanzia spensierata, a Tel Aviv, lì era stato felice e libero e, soprattutto, aveva conosciuto Benjamin. Samuel rievoca con nostalgia volti, profumi e immagini di un mondo che ormai continua a vivere solo nel suo cuore, avvalorando la tesi che i sogni non hanno scadenza. Anche per Sarah le riflessioni si fanno profonde: sulla sua vita, il suo lavoro di insegnante di danza classica con sempre meno allieve e sulla speranza che forse ci potrebbe essere un’altra, inaspettata, possibilità. La musica e le canzoni che padre e figlia ascoltano alla radio quando sono in auto sono quelle di un canale sefardita. Non deve stupire perché Liliana Treves Alcalay, oltre che una valente scrittrice, è una concertista di chiara fama, specialista nei canti in giudeo-spagnolo, che ha studiato, scoperto e raccolto. Sono i canti tradizionali della Diaspora, in particolare quelli sefarditi.