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Il crinale

Il crinale

21 dicembre 1866. Cavallo Pazzo e i suoi compagni sono vicini al crinale, pronti a fare da esca per i soldati, mentre il grande esercito di guerrieri aspetta in agguato nelle forre. In lontananza il rombo di un cannone. Un contingente più numeroso del solito li insegue. Lo scorge mentre si radunano nei pressi del torrente gelato, dopo averlo attraversato. I cavalleggeri si schierano in una lunga fila, ma contrariamente a ciò che il giovane guerriero si aspetta, restano fermi in posizione. Gli altri guerrieri, delusi, lo fissano, aspettano che sia lui a decidere come agire. È travolto dal disappunto e dal timore, la fiducia nutrita nel corso della mattinata – grazie anche alla visione del winkte Luna – è messa alla prova. I soldati hanno fatto quello che si aspettava, si sono allontanati in gran numero dal forte per inseguirli e ormai solo il crinale della collina li separa dal campo di battaglia che lui e il suo gruppo hanno scelto in precedenza. Possibile che i bianchi abbiano intuito la trappola? La lezione appresa da Cavallo Pazzo in quei cinque mesi di scontri è che “a questo nemico non bisogna permettere di pensare, solo di agire”. Solleva la mazza e lancia il suo grido di guerra che riecheggia nella valle, poi si lancia contro i soldati seguito dai suoi compagni. L’ufficiale in groppa al cavallo bianco, uno di quelli che ha imparato a riconoscere, grida un ordine e i soldati sparano. È un’azione inutile a quella distanza, inoltre dopo il primo colpo sono costretti a fermarsi e ricaricare e questo spesso li manda nel panico. Questo il giovane guerriero lo ha imparato osservando i bianchi, ma ora si rende conto che è diverso. A un primo colpo ne segue un secondo e un Cheyenne cade da cavallo, a settanta metri di distanza nota che i fucili sono più corti, i soldati li tengono contro la spalla e azionano una leva sotto il calcio. Arriva la terza raffica e un Arapaho viene colpito. Il fumo avvolge i soldati che continuano a sparare senza ricaricare. Cavallo Pazzo è costretto a ordinare la ritirata. Dove hanno preso i fucili nuovi? Possibile che proprio oggi li abbiano a disposizione? Il crinale è vicino, il campo per la battaglia è oltre, manca così poco per vincere e così poco per fallire...

La Battaglia di Fetterman di cui racconta Michael Punke nel suo romanzo rientra nella così detta guerra del Powder River (o guerra di Nuvola Rossa), svoltasi tra il 1866 e il 1868 per il controllo della regione del fiume Powder nel Territorio del Wyoming, che ha visto scontrarsi l’esercito statunitense con alcuni gruppi Oglala Lakota. La narrazione segue il doppio punto di vista dei contendenti: i nativi vedono i bianchi come invasori bugiardi che non rispettano i trattati precedentemente firmati, i coloni vedono i nativi come dei selvaggi a cui devono portare la civiltà. Sono ancora fresche le ferite inferte dalla guerra civile ed è inevitabile che all’interno dell’esercito ci siano divergenze tra chi ha militato nell’Unione e gli yankee galvanizzati che hanno indossato la divisa confederata, specialmente se si è isolati in fortini difficili da difendere nelle terre abitate dai nativi. Punke, già apprezzato autore di Revenant, ricostruisce i mesi che vanno dal 12 luglio 1866 al massacro del 21 dicembre dello stesso anno, mescolando realtà storica e finzione. Che cosa passava nella mente di Nuvola Rossa e Cavallo Pazzo mentre organizzavano l’agguato? Che cosa credevano di ottenere con le loro azioni il colonnello Carrington, il capitano Fetterman (di cui lo stesso Punke cerca di riabilitare la memoria) e il tenente Grummond? Certo hanno sottovalutato l’inventiva e la volontà di proteggere le pianure che ha spinto Sioux, Arapaho e Cheyenne a unire le forze per fermare i coloni di Fort Phil Kearny e quel 21 dicembre ha portato alla morte di 81 uomini e allo scempio dei loro corpi. Punke, con obiettività, racconta un pezzo di storia americana, non concede sconti alle debolezze dell’esercito, alla superficialità nel gestire gli avamposti che porta frustrazione e errori tattici imbarazzanti, inclusa la difficoltà di ricevere munizioni e rifornimenti da cui spesso venivano sottratte scorte (in particolare lievito per produrre il liquore da vendere al mercato nero – l’alcolismo era diffuso tra i soldati costretti a trasformarsi in boscaioli per costruire fortini -, chinino e oppio) e non mancavano i tentativi di diserzione per seguire la via dell’oro nel Montana, ben più allettante del rischio di morire (mutilati e scalpati) per mano dei Lakota. Nel volume trova un piccolo spazio anche la figura del leggendario pioniere Nelson Story, la cui sfrontatezza e ambizione risaltano nelle pagine a lui dedicate. Nonostante le necessarie licenze narrative, motivate dallo stesso Punke nelle pagine finali, Il crinale merita senza dubbio una lettura, specialmente se si è incuriositi dalla narrativa western e dalla vita di frontiera.