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Il cuore del pellicano

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Anthime è nato per correre e non lo sapeva. Lo ha scoperto quando a dieci anni, trasferendosi con i genitori e l’amata sorella Helena in una piccola cittadina di provincia, durante un ricevimento all’aperto viene scelto per partecipare a un gioco che consiste nel prendere un birillo piazzato a cento metri di distanza e portarlo alla base prima che lo faccia un componente della squadra avversaria. Meravigliando tutti, Anthime polverizza il record stabilito dal suo avversario e viene notato dall’allenatore di atletica Brice. Comincia così la parabola del giovane chiamato Pellicano, che va a scuola e corre ed è la promessa dello sport. Seguendo le regole dettate da Brice, Anthime progredisce e diventa l’idolo dei ragazzi e delle ragazze. Spiato da lontano dalla vicina di casa Joanna, si innamora invece della bella Béatrice. Un solo bacio, poi l’incanto si spezza con la caduta durante la gara. La promessa che Anthime rappresentava crolla sotto al suo peso e al dolore di una gamba che lo tradisce. Béatrice scompare, il suo futuro scompare. Per venti anni la sua vita diventa il lavoro e la casa e poi Joanna, che ha sposato quasi come non ci fosse alternativa. La corsa che lo aveva animato non esiste più fino al giorno in cui viene deriso da alcuni ex compagni. Qualcosa dentro di lui si muove, si ricompone. Decide allora di compiere un’impresa, un gesto che deve fare e che Joanna non approverà. Ma sua moglie dovrà accettarlo, perché non esistono altre vie se non ricominciare a correre. La sorella Helena è con lui. Prepara il percorso per attraversare il paese, le tappe e i punti di ristoro. Ma tutto deve restare segreto e nessuno deve sapere…

Quando correre non è uno sport ma un linguaggio per vivere o, meglio, un bisogno fisico e mentale che se viene sopito è come una malattia della pelle che non si vuole guardare e si copre con una maglia, convinti che così scomparirà. E poi, tutti noi siamo aspettative, siamo palcoscenici sempre illuminati dall’occhio di bue. Quando sbagliamo una battuta, quando ci dimentichiamo la parte, crolliamo miseramente come attori e promesse non solo non mantenute ma anche impossibili da mantenere. Céline Coulon, che per Keller aveva già pubblicato altri tre romanzi tra cui il bellissimo La casa delle parole riesce ancora una volta nell’intento di raccontare una storia intensa, piena piena di fatica e dolore. Ci descrive un precipizio per poi mostrarci anche come l’uomo caduto voglia e possa risalire. Non per la nobiltà dello sport, non per il gesto atletico ma per ricostruire la casa del corpo che si era sfasciata durante la caduta. Venti anni sono lunghi a passare se trascorsi a nascondersi, negarsi, accettare qualcosa che non si voleva. Dice Anthime: ”Mi sento ridicolo quando parlo di me, di tutto quello che è successo quel giorno sul terreno abbandonato. Ero fuori posto. E gli altri, col loro “bravo bravo”, i loro sorrisi marci di denti gialli e di carie, mi hanno convinto che ero il re del mondo. Alla faccia dell’impero. Mi sono ammazzato per farmi amare, e poi mi sono ammazzato per amare una donna che non c’è più”. Anthime è l’uomo che corre dentro alla vita, che non è solo una strada ma è anche un fiume di fango. Ci vogliono scarpe buone, fiato e ritmo. Ci vuole anche qualcuno che ti sorregga se cadi, che ti sproni. Ci vuole un traguardo davanti agli occhi che prima o poi vorrai raggiungere. Non sempre va così, ma “Anthime non andrà all’inferno semplicemente per accendersi una sigaretta. Ci andrà per prendere pietre fumanti e tenerle nei pugni per il resto della vita”.