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Il cuore e la tenebra

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La notizia della morte di suo padre, Giulio la legge anche tra le notizie di Facebook. Controlla le pagine dei quotidiani online e trova solo qualche trafiletto, niente di importante. Precisano che il decesso è stato causato da infarto e che da tempo il Direttore d’Orchestra si era ritirato a vita privata a Berlino. L’ultima telefonata con lui risale ad un mese prima. Giulio non lo ascoltava più, sempre i soliti argomenti: la Nona Sinfonia di Beethoven, i Berliner e Furtwangler, le sue ossessioni. Non c’è tempo per i ricordi, avvisa sua madre in Vietnam e suo fratello Pietro, che vive nella loro vecchia casa a Milano. Laconiche le risposte. Tocca a lui organizzarsi per le pratiche, il funerale e la cremazione. Giulio lavora per Condé Nast Traveller e ha giusto otto giorni prima di partire per il Polo Sud per un reportage sullo scioglimento dei ghiacci. Ricorda suo padre come una presenza altalenante, sempre in giro per il mondo a dirigere orchestre e a correre dietro alle donne, ma sempre pieno di attenzioni e affetto per i figli. Quando li lascia definitivamente neanche se ne accorgono, Giulio ha tre anni e Pietro cinque. Prenota il volo per Berlino, atterrerà all’aeroporto di Tegel nel pomeriggio. Inizia per Giulio un viaggio tra passato e presente. Mettere piede nell’appartamento del padre apre un nuovo capitolo. Giulio capisce, conosce e ritornando “figlio” perdona…

Il cuore e la tenebra è la storia di un viaggio nella memoria e nei sentimenti, che parte dalla morte a Berlino di Federico Rallo, ex famoso direttore d’orchestra, padre di Giulio e Pietro. È stata la donna delle pulizie che lo ha scoperto già cadavere. La solitudine di Federico nasce da un errore commesso molti anni prima, che ha distrutto la famiglia e lo ha costretto a barcamenarsi tra assenze strazianti e presenze ignorate. Tocca a Giulio, il figlio più piccolo, ora quasi trentenne, occuparsi di tutto. Pietro il più grande con il padre non ha mai legato. È vittima di un rapporto simbiotico con la madre, una donna insicura e iperprotettiva, che oggi si è rifatta una vita con un nuovo compagno e vive in Vietnam. La storia, scritta con uno stile raffinato, è narrata in prima persona da Giulio e tocca temi importanti in assoluto: il fallimento, la bellezza, il male. Federico vive in una profonda solitudine che lo porta a rifugiarsi in maniera ossessiva nel suo passato di musicista. Per lungo tempo ha vanamente tentato di eseguire con i Berliner la Nona Sinfonia di Beethoven, così come la esegui Wilhelm Furtwängler nel 1942, in occasione del compleanno di Hitler. A detta della critica quella fu la più grande e straordinaria esecuzione della Nona Sinfonia di tutti i tempi. Furtwängler è un simbolo, accettò di diventare il primo direttore d’orchestra della Germania nazista. Non fece come Toscanini che, emigrando in America, rifiutò il fascismo e Mussolini salito al potere. Giulio arriva a Berlino, la casa del padre è nei luoghi di Hitler. Entrato nell’appartamento, prima con pudore, poi con curiosità, osserva: arredi, libri, spartiti, poi apre il PC. Scopre i file di lavoro, trova delle lettere indirizzate a lui e a suo fratello Pietro e le legge. La figura paterna assumerà una dimensione molto diversa rispetto all’immagine che Giulio si era fatta del genitore. Le foto della sua infanzia insieme ai meticolosi appunti di studio, la casa delle vacanze in Sicilia a cui Federico vuole definitivamente tornare. Rallo è affascinato dall’estetica del nazismo, che colpisce trasversalmente il romanzo, anche se l’ambientazione è contemporanea. Le annotazioni farneticanti sullo spartito della Nona, i libri sul nazismo presenti in abbondanza, confermano l’adesione di Rallo agli ideali di Hitler, ma non all’antisemitismo. Nel 1942, dopo la Conferenza di Wannsee, che decreta la “soluzione finale” per gli ebrei, l’Europa precipita nell’orrore della Shoah. Nonostante ciò, Hitler e i suoi gerarchi sono persone capaci di apprezzare l’arte e la musica. Adorano quella Nona, al cui interno c’è l’Inno alla gioia, oggi inno europeo e questo può sembrare una contraddizione. Federico si rende conto di dover chiedere scusa ai figli per la sua assenza, ma non sa come fare. Il senso di colpa che lo attanaglia è troppo grande. Egli stesso si è privato degli anni più belli dei suoi ragazzi. Fallimento non è sempre una brutta parola e il successo non è l’unica via. Per la sinfonia di Beethoven l’apice è stato raggiunto nel 1942 e non è più ripetibile, quindi Rallo fallisce, ma il suo fallimento più grande è quello come genitore. Conoscendo il padre, seppur dopo la morte, Giulio impara il perdono. In un modo intimamente complesso, il figlio si mette in discussione e comprende, ma non giustifica. Ecco che cosa insegna il fallimento di Federico a Giulio. Questo è un libro che va nel cuore di tenebra di un uomo e del Novecento.