Il sangue non circola grazie alla gravità o a forze esterne: a spingerlo è l’azione continua e potente del cuore. Esiste un’analogia fra il ruolo essenziale di questa pompa e il battito pulsante dei grandi ecosistemi naturali, che può essere visto come una combinazione di caratteristiche ecologiche cruciali per preservare la vitalità dell’insieme. Fra le più importanti, ci sono l’estensione, la connessione, la diversità e i processi: insieme danno vita a quella che si definisce “natura selvaggia”, ovvero la natura nella sua forma più “vigorosa, libera, integra, dinamica e diversificata”. Per “processi” si intendono le dinamiche di interazione del sistema come, per esempio, la fotosintesi, l’impollinazione, il parassitismo, la predazione e la decomposizione. La “connessione”, invece, fa riferimento ai legami e alle interdipendenze che i processi generano tra le creature viventi e i loro ambienti fisici. Col termine “estensione”, si indica un dato molto importante, e cioè che la connessione, i processi e la diversità biologica dipendono dalle dimensioni del luogo in cui sussistono. Infatti, le teorie di due studiosi, MacArthur e Wilson, sulla biogeografia insulare – la biogeografia studia quali creature vivono in un luogo piuttosto che in un altro, e la biogeografia insulare quali vivono su questa o quell’isola, e perché – dimostrano chiaramente come la frammentazione ambientale porti a una diminuzione della diversità biologica. Basati sull’evidenza che più un'isola è piccola e distante dalla terraferma, meno specie conterrà, questi studi sono fondamentali per comprendere gli effetti dell'attività umana sugli ecosistemi e sono diventati uno dei riferimenti teorici fondamentali per l’ecologia, per la salvaguardia dell’ambiente e per quella disciplina oggi nota come “biologia della conservazione”. Man mano che gli esseri umani occupano la superficie terrestre e si appropriano di vaste aree per piegarle ai propri scopi, lasciando intatti solo esigui frammenti di paesaggi naturali, in parchi o riserve. Quei frammenti sono destinati a perdere la loro diversità biologica, diventando così luoghi dove il battito vitale si è fatto debole e incerto, e rischia da un momento all’altro di cessare…

David Quammen è uno dei grandi divulgatori scientifici del nostro tempo. Nel suo libro Spillover – risultato di sei anni di lavoro, durante i quali ha seguito gli scienziati nelle foreste congolesi, nelle fattorie australiane e nei mercati cinesi, intervistando testimoni, medici e sopravvissuti – è riuscito a prevedere, con largo anticipo, l’epidemia di coronavirus dovuta al passaggio delle infezioni dagli animali all’uomo. Quammen, però, ha cominciato a scrivere del mondo naturale quarant’anni fa e quando ha scoperto, cinque o sei anni più tardi, le teorie di MacArthur e Wilson, è stato indirizzato verso idee, questioni e luoghi legati a quella natura selvaggia nella quale lui stesso è cresciuto – le foreste e i greti dell’Ohio meridionale. Teorie che hanno inoltre contribuito, quando era poco più che trentenne, alla sua transizione da saggista di storia naturale con un passato da romanziere, quasi privo di formazione scientifica, a giornalista scientifico con un interesse particolare per i luoghi incontaminati, nonché autore di testi sull’ecologia e sulla biologia evolutiva. Il cuore selvaggio della natura raccoglie una scelta dei reportage realizzati per il “National Geographic” nell’arco di vent’anni, a partire dal 1999. In questi articoli è rintracciabile un comune denominatore: gli interessi personali dell’autore, gli argomenti considerati adatti alle sue competenze e gli obiettivi della National Geographic Society. Oltre alla prefazione e alla postfazione, a ogni articolo è stato aggiunto un breve cappello introduttivo e un rapido aggiornamento finale che riporta gli esiti delle iniziative descritte: insieme compongono ora un libro che non era stato concepito tale in origine, ma che ha preso forma pian piano. Un libro sulle persone impegnate a salvaguardare il battito della natura selvaggia, sulle battaglie che combattono, sulle creature e sui i processi che cercano di proteggere e sui luoghi che conoscono e che hanno a cuore. In queste pagine si rivivono i “Megatransect” – da tran sect, “tagliare trasversalmente”, e mega, che si spiega da sé – al seguito dello scienziato e ambientalista americano Mike Fay nella Repubblica del Congo e in Gabon, al “megaflyover”, una maratona zigzagante di voli a bassa quota che disegnano traiettorie a quadrifoglio, per passare poi a parchi, foreste e riserve naturali. Vengono inoltre descritti elefanti, salmoni, bonobo, leoni e la loro difficile convivenza con l’uomo, mari incontaminati e isole solitarie… Quammen ha iniziato la sua carriera come romanziere, ma è riuscito a combinare il suo interesse per il mondo naturale con la sua abilità di scrittore. Ciò che distingue un buon testo su argomenti di scienza e natura è l'angolazione dell'approccio, la scelta della prospettiva. In particolare, l’uso della sineddoche permette a Quammen di essere creativo e artistico nelle sue strategie retoriche senza sacrificare precisione, accuratezza e aderenza alla realtà. Nei suoi articoli, le parole vengono scelte e definite attentamente, temi e argomenti si sviluppano gradualmente, imprimendo immagini nella mente del lettore, così da trasmettere un messaggio più ampio. Accattivante e intellettualmente stimolante, questa esplorazione della biodiversità ci spinge a mettere in discussione il primato dell’uomo in questa complessa sinfonia della vita e a considerare le conseguenze negative che potrebbero compromettere il futuro delle generazioni a venire.
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