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Il custode delle parole

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Il lavoro nel call center è più uno sfruttamento che un lavoro: precario, sottopagato, noioso, ricattabile. Se non fosse per Caterina, Andrìa sarebbe già andato via da quel posto, da quella lingua di terra che ha di bello il mare, dove continuano a sbarcare disperati dall’Africa, e le montagne minacciose ed incombenti dell’Aspromonte. Andrìa vive con la madre e la nonna, perché il padre è morto nel deserto libico qualche decennio prima. C’è poi un vecchio nonno, di cui Andrìa porta il nome, che vive sulla montagna: fa il pastore e solo di rado, per lo più di notte, ritorna a valle. Il rapporto col nonno è molto teso: Andrìa sa che gli deve tutto delle sue radici e gli deve molto della sua formazione, ma non vuole seguire quel vecchio pazzo fra i monti, badare alle pecore, alle capre, alle mucche. Andrìa vuole la compagnia, vuole divertirsi, vuole soprattutto capire qual è il suo posto nel mondo e, ad oggi, sa che non è per sempre in un call center e non è soprattutto isolato fra i monti. Conosce le parole di grecanico che il nonno usa per parlare con la montagna, con Mana Gi, la terra che ha dato origine a tutto; conosce anche gli usi ed i costumi dei pastori, come mungere gli animali, lavare e tosare le pecore, come preparare formaggi e ricotte. Da bambino è rimasto spesso col nonno fra quelle montagne a dialogare col silenzio e con se stesso. Ma non intende restare lì. Ha provato a lasciare quei posti, ma adesso non può farlo senza la sua Caterina, che dall’Alsazia è ritornata indietro, al contrario di molti suoi amici che sono partiti e non sono più tornati. In fondo è contento che il nonno abbia trovato un aiuto in Ydir, il giovane libico che Andrìa ha salvato dall’ennesimo naufragio di un barcone della speranza portandolo a casa sua per dargli la possibilità di riprendersi e riprendere il suo cammino. Tutto però cambia quando una mattina, come spesso accade, scopre che il call center ha improvvisamente chiuso senza preavviso…

Il custode delle parole è l’ottava fatica dello scrittore locrese Gioachino Criaco, ancora una volta, come in quasi tutti i suoi lavori, l’Aspromonte, il cuore della Calabria, come centro di una vita in perfetto equilibrio fra terra e mare, montagne ed abissi, passato e futuro. Criaco mette in scena una realtà umana a prima vista minore, al limite della civiltà, che solo apparentemente appartiene al contesto di una nazione civilizzata, ma invece sembra continuare a vivere di leggi, tradizioni e lingua proprie, così segnando la distanza fisica (ben delineata dall’Aspromonte) e culturale dagli altri. In realtà, il vecchio Andrìa, il custode delle parole di quella lingua di Omero che una volta saldava le relazioni fra tutte le terre che si affacciavano sul Mediterraneo, ha un progetto che guarda al futuro, più che al passato: salvare e salvaguardare la sua terra, l’Aspromonte, Mana Gi, con le sue norme, i tuoi tempi, i suoi riti, il paesaggio, gli animali, la sua gente e consegnare questo tesoro al nipote, anch’egli Andrìa. Il libro, attraverso la contrapposizione fra vecchio e giovane, fra presente e passato ancestrale, lo stesso trattato già nel 1930 da Corrado Alvaro in Gente di Aspromonte, presenta temi di feroce attualità: la cura per l’ambiente, lo spopolamento delle aree interne, il lavoro sfruttato, sottopagato e in nero, il legame dei giovani con la loro terra e le loro origini. Facendo riferimento alla sua personale traiettoria di vita, studente emigrato a Bologna per gli studi universitari e rientrato in Calabria per coronare la sua missione di vita, Gioachino Criaco invita ad una riflessione profonda sul senso dei legami fra gli uomini e fra gli uomini e la loro terra, un legame che parte dalle parole con cui cresciamo e che è destinato a segnarci per tutta la vita.