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Il delitto della Dolce vita

Il delitto della Dolce vita

Nel 1964 l’Italia si godeva ancora la popolarità internazionale con la famosa “Dolce Vita”, un periodo di lusso, sfrontatezza, celebrità e paparazzi a cui molti guardano con il giusto distacco e altri sognano di far parte. Quasi tutti si radunano intorno ai caffè romani di Via Veneto, in costante posa per Tazio Secchiaroli e i suoi colleghi, annoiati e determinati solo a dimostrare di rientrare in quel gruppo eterogeneo di privilegiati. Proprio in quell’anno e in una piccola via a poca distanza dal noto Cafè de Paris, una segretaria entrando come tutti i giorni nel suo posto di lavoro trova il corpo senza vita e sfigurato del proprietario della ditta, Farouk Chourbagi, un giovane affascinante che incarna tutto quello che l’italiano medio vedeva suoi giornali patinati: tanti soldi e molto charme. Si inizia ad indagare e si fa subito il nome di una donna, Claire Bebawi, amante della vittima da oltre tre anni. La sua fuga repentina in quei giorni ad Atene con il marito Youssef, ricco industriale egiziano, insospettisce da subito gli inquirenti che scoprono giorno dopo giorno una storia fatta di menzogne e sotterfugi, tradimenti e accuse reciproche, che offriranno per molto tempo agli italiani “abbarbicati” nell’aula della Corte di Assise, o a quelli più interessati a scandali del genere, pane per i loro denti…

Questo omicidio, noto anche come “il caso Bebawi”, oltre a fare scalpore, ricordò a tutta l’Italia che neanche la cosiddetta “dolce vita” era immune dalla follia criminale. La cosa che colpì molto poi fu che gli stessi protagonisti dimostrarono di non avere un legame forte su cui poter contare per superare l’onda mediatica che li travolse. Francesco Caringella decide, infatti e giustamente, di introdurre gli eventi raccontati con lo scambio di accuse che moglie e marito si gettarono in tribunale, come il vetriolo sul viso della vittima. I due non si guardano mai durante le varie udienze, anzi come dice l’autore, sono “stranieri, uniti solo dal capriccio del destino”. Capriccio: questa parola sembra una chiave di lettura importante per tutta questa storia: il capriccio di un amore extraconiugale, il capriccio della gelosia, il capriccio del delitto. Caringella instilla fin dall’inizio il dubbio, ma il fatto che ci si trovi di fronte ad un delitto efferato compiuto da uno dei due Bebawi, o da entrambi, è abbastanza chiaro. Ottimo esempio di legal thriller o giallo giudiziario, questo romanzo beneficia della grande esperienza da magistrato ordinario e nei diversi uffici legislativi di Caringella, che con un linguaggio asciutto e un tipo di narrazione veloce preferisce non romanzare troppo l’accaduto, restituendo dignità alle carte giudiziarie.