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Il detective sonnambulo

Il detective sonnambulo

L’ha incontrata casualmente al mercatino di Natale tirato su nella zona dove ha preso casa. Martino Suckert è un giovane squattrinato arrivato a Parigi dall’Italia in cerca di fortuna, attratto dalla Parigi artistica e cinematografica, che si è ritrovato a fare i conti con la realtà di una città ben diversa, spesso ostile, in cui prova a sopravvivere scrivendo sceneggiature e offrendo lezioni di italiano e latino. L’ha vista per la prima volta davanti allo specchio ovale della bancarella che, avrebbe scoperto più tardi, apparteneva allo zio della ragazza, intenta a provare cappotti e pellicce. Per la verità è stata lei a incrociare il suo sguardo attraverso la superficie riflettente, mentre si rimirava con addosso una pelliccia di volpe, e a chiedergli in perfetto italiano: «Come sto?». Impossibile per lui non notarla: capelli rosso fuoco, occhi verdi malachite, le gambe nude nonostante fosse dicembre, infilate in un paio di stivali color arancione: Johanna, con il suo entusiasmo da bambina e la sua sensualità feroce, la sua inquietudine e il suo magnetismo, in grado di attrarre gli sguardi di uomini e donne. È cominciata così la loro relazione atipica, costellata di serate trascorse assieme a una ben assortita combriccola di bohémien al Maréchal - un locale aperto fino alle cinque del mattino, rifugio accogliente per un’umanità varia -, baci, passione, e improvvise sparizioni: perché fin dall’inizio Johanna ha avuto questa tendenza a sparire, a non farsi vedere per giorni, per poi ricomparire come nulla fosse, misteriosa e seducente. Finché per Martino l’incubo di perderla si è trasformato in realtà. Sono giorni che lei ha il telefono staccato e che non si fa vedere. Martino non ha alcuna idea di dove lei si sia cacciata. Fino a quando Eun-Woo, un’amica del giro del Maréchal, non gli dice di averla forse vista a una festa in un attico nel sesto arrondissement, a Saint-Germain-des-Prés. Ritrovare la donna diventa per Martino una missione. Ma chi è davvero Johanna Ottolenghi? La ragazza che gli ha insegnato a fregare sulla spesa al supermercato pur di risparmiare qualche euro? La donna di Didier, il gestore del Favela Bling Bling, un malavitoso dai modi spicci e brutali che però, a sentir parlare della donna, non riesce a trattenere le lacrime? L’artista che, giovanissima, ha esposto con lo pseudonimo di Joëlle Vandynes in una galleria d’arte di place des Vosges? O la donna ritratta nel manifesto appiccicato sul pilastro di un giardino nel quartiere di Belleville, che la ritrae mentre scende da un jet privato in compagnia di un’altra donna, dai capelli corti e dalla fisionomia orientale, alle spalle di un misterioso ed elegantissimo giovane uomo dai capelli biondi, identificato dal manifesto come Manfredi Contini della Torre?

“… Quand'è stato che qualcosa si è rotto?    […] Se chiedete a me, è stato quando abbiamo capito, quando tutti abbiamo capito che non saremmo mai potuti andare su altri pianeti. Buoni, lo so: siamo stati sulla Luna, che comunque non è un pianeta, possiamo andare su Marte e ci andremo, anche se troppo tardi per dar sostanza alle stronzate dei lungotermisti, e magari, se l'umanità sopravvive, troveremo il modo di andare anche sugli altri pianeti del sistema solare, dove però sappiamo già che non c'è un bel niente. Quanto era meglio ai tempi di Galileo, quando si poteva ancora immaginare”. Vanni Santoni, classe 1978, nativo di Montevarchi, in provincia di Arezzo, è scrittore, saggista, giornalista, firma del “Corriere della Sera”, “Linus”, “Internazionale”. Con Dilaga ovunque è stato finalista al Premio Campiello. Una donna affascinante e misteriosa, un giovane con la testa tra le nuvole, perdutamente innamorato di lei, che si getta sulle sue tracce quando lei scompare. È lo stesso autore a dichiarare apertamente, nella nota conclusiva, l’influenza di Sopra eroi e tombe, capolavoro del 1961 dello scrittore argentino Ernesto Sabato, soprattutto nella parte iniziale del romanzo, quella imperniata sulla storia tra Martino e Johanna e sulla scomparsa di quest’ultima, a iniziare dal nome del protagonista, che rimanda a Martín, lo studente perdutamente innamorato dell’enigmatica e seducente Alejandra. Ma l’incontro tra Martino e Johanna costituisce solo l’ouverture di una trama che, con il procedere della lettura, si dimostra sempre più stratificata e complessa, e che si snoda a partire da una Parigi labirintica per poi toccare Davos, Berlino e Venezia. Nel mezzo, una girandola di criptovalute e criptomilionari, rimandi a manga e anime (One Piece, Naruto, I Cavalieri dello Zodiaco, tra i tanti), gruppi anarchici, intellettuali marxisti, il World Economic Forum di Davos, associazioni antispeciste, giochi di ruolo, il mercato dell’arte nell’epoca delle blockchain. Santoni riesce a tenere in equilibrio tutti questi elementi fino al finale, forse frettoloso, pur a costo di qualche calo nella tensione narrativa: da un lato giocando con le dinamiche che si instaurano tra i quattro personaggi principali - Martino, il giovane studente capitato per caso in un gioco più grande, di cui non comprende le regole; Johanna, l’avvenente artista di cui Martino è innamorato; Tanya, l’attivista anarchica; e soprattutto Manfredi Contini della Torre, il criptomilionario idealista, dal carattere mutevole e dallo spiccato infantilismo -, dall’altro tratteggiando, con lucido disincanto, un affresco vivido del declino della nostra civiltà, un transatlantico che affonda lentamente bruciando risorse naturali ed economiche, mentre sul ponte ci si limita a vagare, disperdendo idee e azioni, senza una direzione precisa.