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Il diario segreto di Winston Smith

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Se ci si affida alle parole dell’immortale romanzo 1984 di George Orwell, Winston Smith è stato ammazzato. Ma Winston Smith invece è vivo; e se non lo è nel corpo, quantomeno lo è nella mente, e lo è proprio grazie a questo diario sopravvissutogli. Tramite esso, infatti, è possibile ripercorrere il cammino intellettuale di quell’uomo solitario e dall’apparenza comune. Un monologo, dunque, ma anche un dialogo: di Winston con sé stesso e, al tempo stesso, di Winston con le persone più importanti della sua esistenza. E come ogni ragionamento che si rispetti, deve esserci una tesi, un’antitesi e una sintesi. Nella tesi troviamo perciò innanzitutto la (ideale) figlia come destinataria della sua vibrante riflessione. Nell’antitesi invece l'attenzione si sposta sulla compagna perduta, o forse solo momentaneamente distante, e perciò il pensiero non fa che oscillare con costanza tra una qualche forma di speranza e la memoria amara della trama orwelliana. E infine, come giusto che sia, nella sintesi conclusiva tutto deve riconvergere su Winston stesso, colto però in un dialogo reale (o ancora immaginato?), in cui le sue riflessioni si fanno sferzanti, brevi e determinanti per comprendere la vera natura dell’io, suo e nostro…

Filippo Bonazzi si è fatto carico di un compito non da poco: riprendere il grande personaggio orwelliano e cercare di sviscerarne il pensiero tramite un diario. La scrittura è perciò densa, intellettuale e colma di riferimenti all’opera originale: si genera così la sensazione di avere tra le mani uno scritto carico di ambizioni. Porsi però in un inevitabile paragone con un autore immortale come George Orwell comporta rischi immensi, e i rischi a volte non è possibile superarli, seppur ci si metta tutta la buona volontà. Per quanto infatti questo libriccino possa considerarsi a sé stante rispetto a 1984, comunque vi rimane legato sotto ogni punto di vista: concettuale, filosofico e stilistico; di conseguenza, seppur Bonazzi abbia una scrittura interessante, rischia di compiere un passo troppo lungo per la propria gamba. Per quanto si possa esser bravi, legarsi narrativamente a un classico della letteratura costringe a riguardare in continuazione all’originale, a tenerlo come punto fisso del proprio campo visivo, e alla fine il confronto difficilmente può essere vinto. Si conclude quindi la lettura domandandocisi se questo “tributo” sia stato in fondo necessario.