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Il diavolo in blu

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L’ipoteca gli pesa sulle spalle, anche perché la casa è l’unica cosa che gli resta dopo gli anni prestati nell’esercito: il suo Paese non ha gratitudine per chi l’ha difeso nella Grande Guerra. Per questo Eazy Rawlins, texano di origine ma ormai fisso a Los Angeles, ha bisogno di trovare al più presto un lavoro, soprattutto dopo l’improvviso licenziamento. C’è anche da dire che il suo Paese non vede bene i neri, i “negri”, per quanto abbiano fatto di tutto per renderlo grande. Così quando quel bianco, l’avvocato DeWitt Albright, entra nel bar dove Eazy sta cercando di smaltire la cattiva sorte e gli offre un lavoro non può rifiutare, altrimenti perderà la casa. Si tratta di ritrovare una ragazza, per di più bianca, per di più bellissima e con un nome esotico, Daphne Monet. Sembra una cosa semplice per un veterano come lui che sa muoversi con disinvoltura nei bassifondi di Watts, un sobborgo abitato da gente come lui, afroamericani, che si fidano di lui molto più del vestito candido di Albright. E poi lui è un duro, uno che sa il fatto suo, che ha gli agganci giusti e le motivazioni giuste. Certo, l’avvocato bianco sembra deciso, ma Eazy in guerra ha ucciso, ha usato ogni spietatezza, per questo non ha paura ad accettare quell’incarico. Quando lascia il bar, Eazy ha le idee chiare: trovare la ragazza, salvare la casa, riprendere la sua vita in pace dopo gli orrori della Guerra…

Letto oggi il romanzo di Walter Mosley, scritto nel 1990, ma ambientato nel 1948, in un contesto postbellico di scontri sociali e voglia di rivalsa, ha il sapore di una storia già letta e, non a caso, già vista: nel 1998 infatti ne usciva la trasposizione cinematografica, con protagonista Denzel Washington. Ci sono le atmosfere cupe di L.A. Confidential, trasferite però nei bassifondi. La trama, esile come la resa psicologica dei personaggi, è cadenzata da rapide scene e da una scia continua di morti e di personaggi di dubbie origini ed intenzioni: non mancano poi gli elementi di collusione fra poteri forti e malavita. Sicuramente si tratta di un testo che si fa leggere, scorre fluido ed è anche abbastanza accattivante: la scelta dell’editore, 21lettere, di proporre il romanzo al pubblico italiano ha però più il sapore della testimonianza storica che della ricerca del capolavoro. Si fa apprezzare il ritmo della narrazione che procede in modo serrato e scorrevole, fra un bar e la notte misteriosa di Los Angeles: al lettore non è chiesto di riflettere su tutte le azioni dei personaggi, anche perché gli ultimi due capitoli funzionano da riassunto e spiegazione dell’intera storia, ma di lasciarsi trasportare dall’onda di violenza e precarietà che caratterizzano la trama. Un ultimo appunto sulla veste grafica: la scelta di un cromatismo vivace per la copertina, probabilmente pensato per rappresentare al meglio la vitalità della città californiana, non si armonizza con i testi scritti in carattere bianco, tanto che la sovrapposizione dei colori rende quasi illeggibile ogni tentativo di anticipazione del contenuto.