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Il dio disarmato

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Uno studente di matematica esce di casa, dal civico 161 di via Fani. Avrebbe l’esame di algebra, ma non è preparato al meglio, la sera prima ha seguito la partita del quarto di finale di Coppa Campioni, Juventus-Ajax, e poi è andato a dormire. Non è il tipo da presentarsi davanti ai professori con le occhiaie e la faccia stranita dai troppi caffè bevuti. Si avvia a piedi, passa davanti alle serrande definitivamente abbassate del bar Olivetti. I migliori maritozzi con la panna di Roma, ricorda sempre suo padre. Davanti al bar ci sono delle aiuole e dietro dei piloti Alitalia che attendono in silenzio. L’aria è cambiata, è più densa. In tutta Italia c’è un’atmosfera pesante, tensioni, attacchi, omicidi e lutti. Lo studente continua a camminare fino all’edicola, nota appena qualche auto parcheggiata in modo insolito, poi saluta Paolo, il figlio dell’edicolante. Prende il suo giornale e si tuffa nelle pagine di sport avviandosi alla fermata dell’autobus che lo porterà all’università. Tre minuti, dalle 9,02 alle 9,05. C’è un prima e un dopo e in mezzo un tempo lunghissimo. Sente lo stridio dei freni, forse un tamponamento, un grande frastuono, tanti spari, ma non riesce a vedere niente. Istintivamente si allontana correndo. Poi il caos finisce e un brusio sale continuo. Gente che si affaccia e che domanda, poi vede Paolo che vaga intorno alla tre macchine crivellate di colpi e dai vetri in frantumi. Gli uomini morti a bordo e a terra. I tre minuti dello studente sono passati e ogni attore di questa storia ha i suoi tre minuti. Aldo e Noretta hanno quattro figli: Fida, Anna, Agnese e Giovanni. Gli ultimi due vivono ancora con loro, in un quartiere tranquillo. Tranquillità, serenità sono percepite al meglio quando c’è la preoccupazione. Quel pomeriggio del 15 marzo 1978, quando entra nella stanza il Presidente, accende subito la luce elettrica e abbassa le tapparelle. Noretta e la sua amica Flora lo guardano perplesse, come a domandarne il perché. Lui risponde che così è più sicuro…

Il dio disarmato di Andrea Pomella è un romanzo su via Fani. L’autore racconta nel dettaglio gli eventi del 16 marzo 1978 e le otto ore che li precedono. Pomella abita ad un paio di chilometri dal luogo del rapimento di Aldo Moro, adesso lì c’è solo una lapide commemorativa della strage, ma l’autore ci è andato di sovente per cercare di immaginare, ricostruire ed immergersi in quei tre minuti che hanno cambiato la nostra storia. Tanto è stato lo studio dei fatti e le ricerche che lo hanno portato a scrivere questo libro. Dalle 9,02 alle 9,05 passano tre minuti, che l’autore ha saputo dilatare per portare il lettore in quei momenti, nelle menti degli attori della strage e della gente. Riporta alla luce i ricordi, i pensieri patrimonio direi genetico di tutti: Pomella non cerca una verità storica o giudiziaria, ma indaga nelle pieghe della memoria collettiva. Nel libro Aldo Moro si fa uomo, lasciando da parte il politico che era, anche se è chiamato il Presidente. È un Moro familiare, osservato nelle sue ultime ore di libertà, nella sua intimità personale, prima dell’incontro con il commando delle Brigate Rosse. La notte precedente Moro la passa insonne nella sua casa aspettando, come ogni genitore in apprensione, che rientri suo figlio Giovanni. Il delicato e rispettoso lavoro di Pomella porta chi legge ad entrare nei pensieri, nei sogni e nei presagi di Moro, tirando fuori l’essenza umana di questa persona, proprio come un dio disarmato. Politicamente è il periodo del compromesso storico. La strategia politica elaborata dal segretario del PCI Berlinguer è ispirata all’esperienza cilena di Salvador Allende. Una collaborazione tra le forze popolari comuniste e socialiste e quelle cattolico-democratiche, che trova proprio in Moro il principale interlocutore. Ecco il clima politico in cui matura la decisione di rapire e processare Moro. Da una parte un sessantunenne costretto dal senso del dovere a calarsi in una complicata congiuntura politica, dall’altra cinque giovani brigatisti animati da un’ideologia feroce, e in mezzo gli uomini della scorta. È una guerra tra ragazzi, solo Moro è più anziano. Il capo scorta Leonardi aveva poco più di cinquant’anni e Mario Moretti, il leader di quel commando, ne aveva trentuno, tutti gli altri ne avevano meno di trenta. Questa è un’immagine che restituisce il clima di allora, degli anni Settanta. Quelli della lotta armata condotta in particolar modo da giovani impegnati e impregnati da ideali estremi, sicuramente diversi dalla gioventù odierna. Pomella ha fatto numerosi tentativi per incontrare i brigatisti durante la preparazione del romanzo, ma nessuno è andato a buon fine. Quindi ha percorso altre strade, lasciando la frequentazione diretta dei protagonisti di allora e rivolgendo la sua attenzione ai luoghi e alle cose, anch’essi densi di memorie. Come per esempio la Fiat 130, l’automobile di Moro, ricercata e visionata nel Museo della Motorizzazione di Roma dov’è custodita. Questa vettura costituisce la tragica testimonianza di un periodo drammatico durante il quale tanti servitori dello stato persero la vita e avrebbe ancora tanto da dire e da condividere con i lettori contemporanei. Nel romanzo il tempo veleggia avanti e indietro e immaginare, collegare è facile, perché, quando le cose sono già accadute, tutto diventa chiaro ai nostri occhi. La citazione di Elias Canetti, tratta da La provincia dell’uomo, usata anche da Sciascia da parecchi motivi di riflessione: «La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto “al momento giusto”. Sicuramente Il dio disarmato è propedeutico per godere a pieno Esterno Notte, la serie evento di Marco Bellocchio. Il racconto dei tragici giorni del rapimento di Aldo Moro, visti attraverso i molteplici punti di vista dei personaggi che di quella tragedia furono protagonisti e vittime.