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Il diritto dei lupi

Il diritto dei lupi

Roma, 80 a.C., 3 gennaio. Il gelo e il buio avvolgono gli intricati vicoli della Suburra, lerci di fango e liquami. Quattro uomini incappucciati – uno di essi, il volto sfregiato da una profonda cicatrice, nasconde due siche incrociate dietro la schiena – si dirigono verso l’ingresso del Fodero del Gladio, nel quale si sta svolgendo una festa privata. I cinque schiavi posti all’ingresso del lupanare, dopo aver tentato di sbarrare loro la strada, cadono morti uno dopo l’altro. I sicari entrano nel Fodero. Il più giovane – lo chiamano Puer – rimane di guardia alla porta. Il silenzio della Suburra è rotto da rumori di lotta e da un urlo strozzato. I cadaveri vengono trascinati nell’atrium, poi i sicari si dirigono al piano di sopra. Altro trambusto, grida di donne. Un tonfo proveniente dalla strada attira l’attenzione di Puer. Un uomo si è lanciato dalla finestra. Zoppica, ma riesce ad allontanarsi rapidamente dal Fodero e a svanire nella notte… La lettiga che trasporta Marco Tullio Cicerone sobbalza mentre si dirige alla residenza di Cecilia Metella Balearica Maggiore. La vestale vuole incontrarlo e, anche se il sole è ormai calato da tempo, nessun romano di buon senso oserebbe far attendere la Metella. Ma cosa può desiderare la donna da Cicerone? È un buon avvocato, sì, è l’uomo che ha avuto la fortuna di battere il famoso Ortensio nel foro nella recente causa in favore di Publio Quinto, ma resta pur sempre un provinciale, appena agli inizi della sua carriera. Dopo aver atteso nel tablinum della villa, Cicerone viene ricevuto dalla vestale in persona. In casa ci sono altri ospiti, i rampolli della nobilitas romana. Un uomo sconosciuto siede con loro, ha l’aspetto di un bracciante ed è evidentemente disperato. Cecilia Metella presenta a Cicerone il suo cliente: si chiama Sesto Roscio d’Ameria e a breve sarà chiamato a rispondere dell’accusa di aver ucciso suo padre. La Metella vorrebbe affidare all’arpinate il compito di difenderlo. Cicerone ha di fronte la decisione forse più importante della sua esistenza. Un solo passo falso potrebbe costargli non solo la carriera, ma anche la vita…

Un giovane Marco Tullio Cicerone alle prese con la sua prima causa importante, che si scoprirà essere ben più di un processo per parricidio. La ricerca del veterano Tito Annio Tuscolano detto “Molosso”, ex centurione sillano, ingaggiato dal ricchissimo Marco Licinio Crasso per far luce sulla scomparsa del discutibile e losco “Mezzo Asse”, a seguito di un omicidio avvenuto in uno dei lupanari gestiti da quest’ultimo. Queste le due linee narrative che si intersecano nel romanzo costruito a due mani da Stefano De Bellis ed Edgardo Fiorillo – consulente informatico il primo, biologo e divulgatore scientifico il secondo. Non spaventi il lettore la mole del volume – settecento e più pagine – perché la storia proposta dai due autori è assolutamente intrigante e avvincente, sostenuta da uno scenario suggestivo, assai realistico e curato fin nei minimi particolari. Più che puntuali i riferimenti alla realtà del periodo storico raccontato – 80 a.C.: Cicerone pronuncia proprio in quell’anno l’Oratio pro Sexto Roscio Amerino; al potere, dopo una sanguinosa guerra civile e l’epurazione avvenuta attraverso le ben note liste di proscrizione, siede il dictator Silla il Fortunato. Personaggi realmente esistiti e d’invenzione prendono vita sulla pagina, tra aule di tribunale, popinae e lupanari, muovendosi nei bassifondi della Suburra e nelle eleganti ville dell’Aventino, tra intrighi di potere, spietate macchinazioni, corruzione e omicidi a sangue freddo. De Bellis e Fiorillo si dimostrano una coppia vincente, in grado di annodare efficacemente i fili di generi diversi – si va dal thriller storico a tinte noir, legal e hard-boiled, senza farsi mancare qua e là un pizzico di ironia – e di consegnare al lettore una storia davvero ben costruita e affascinante, con un registro sapientemente variato a seconda della linea narrativa e un ritmo incalzante che terrà inchiodati alla pagina, fino all’ultimo atto.