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Il diversity management per una crescita inclusiva

Il diversity management per una crescita inclusiva

È ormai risaputo da anni che il mercato del lavoro sta cambiando, non solo dal punto di vista economico ma soprattutto nella gestione delle risorse umane. La globalizzazione, i flussi migratori, l’internazionalizzazione dei mercati, i processi di cambiamento digitale, la diversificazione dei consumatori ma anche la pandemia e le nuove regole sociali hanno imposto una revisione di tutti i processi interni che incidono sui risultati di un’azienda. Tra le nuove tendenze, si sente ultimamente parlare di Diversity Management. Con questo termine, spesso, si intendono le politiche di una società che cerca di valorizzare la diversità. In realtà il Diversity Management - che negli Stati Uniti esiste già dagli anni Ottanta - ha un’accezione molto differente. Non si parla infatti solo di diversità, che potrebbe erroneamente essere associata al concetto di disabilità, ma di differenze individuali. Differenze che possono essere etniche, sociali, economiche, culturali, sessuali, fisiche o di genere. Il Diversity Management deve quindi intendersi come la promozione volontaria di iniziative volte a modificare l’ambiente di lavoro, attraverso il reclutamento, l’inclusione, la promozione di lavoratori che sono espressione delle tante diversità presenti nella società e attraverso interventi sull’organizzazione del lavoro. Purtroppo alcune aziende, per acquisire crediti nei confronti di stakeholder e consumatori, pubblicizzano le loro politiche di equality senza però strutturare correttamente il processo di cambiamento interno che necessariamente bisogna mettere in atto. Da dove partire quindi, o ripartire, se vogliamo essere veramente inclusivi?

Questo saggio nasce dall’esigenza di mettere a fuoco un asset aziendale strategico, che genera ancora troppa confusione. Marco Buemi, Massimo Conte e Gabriele Guazzo sono figure di spicco nell’ambito delle politiche sociali e si occupano da diversi anni di incentivare la ricerca e l’intervento in ambito sociale. Per analizzare il Diversity Management con spirito critico e pratico partono dal panorama internazionale, cercando di mettere in luce le caratteristiche di un processo che sta ricoprendo in questo periodo storico una grande importanza: la valorizzazione delle differenze individuali. Nonostante l’Italia arrivi più tardi nell’attuazione di politiche inclusive, si vedono già i primi promettenti segnali di adeguamento alle campagne internazionali. Ovviamente, come suggeriscono gli autori, Il Diversity Management non può essere considerato solo un fenomeno aziendale, perché dipende, tra le altre cose, anche dalle politiche di pari opportunità presenti in un dato Paese. La sfida vera sembrerebbe quindi il cambiamento della cultura lavorativa fin dall’inserimento, a livello aziendale, e il supporto delle istituzioni nel garantire un principio di equità. Questo, secondo gli autori, sarebbe possibile attraverso la formazione specifica dei manager, la sensibilizzazione di tutte le figure presenti sul lavoro e l’attuazione di vere e proprie rivoluzioni interne alle aziende, dove al centro si posizionano i lavoratori, con tutte le loro caratteristiche personali e professionali, valore aggiunto dell’azienda proprio per le peculiarità di cui sono portatori. Molto interessante l’excursus geo-storico della diffusione del Diversity Management con il confronto sulle diverse politiche di benessere organizzativo, in particolare nel Belpaese. Nelle ultime pagine infine, gli autori ci riportano alcune linee guida utili a comprendere come il Diversity Management possa essere un fattore di vera crescita e di benessere organizzativo, oltre che di valorizzazione dei talenti, coesione e inclusione sociale.