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Il dominus e altri racconti

Il dominus e altri racconti

Non siamo più nel primo Novecento: ormai è finita l’epoca del padre-padrone. Quella che è appena iniziata, invece, è l’epoca del datore di lavoro-padrone: quell’uomo che - in un momento storico in cui di lavoro ce n’è ben poco, e già offrire un tirocinio non retribuito è roba da mecenati, a fronte della speranza di lavoro che dà - ha diritto di vita o di morte (be’, non proprio; ma poco ci manca) su di te e può pretendere qualunque forma di “extra”... Le due sorelle si amano: se non si amassero, va da sé, non potrebbero parlarsi con tanta franchezza. Eppure questo può non aiutare a risolvere certi problemi, soprattutto quando si tirano in ballo altri affetti, vicinissimi e roventi. E allora può accadere che la vera natura delle persone - e ciò che veramente pensano degli altri: della propria sorella, per esempio - vengano fuori in maniera repentina imprevedibile… A una certa età molte cose le metti già in conto: e magari un’operazione al ginocchio di lieve entità, per un problema al legamento crociato (quale maschio trentenne, sul campo di calcetto, non ha dovuto affrontare questo piccolo inconveniente, per se stesso o per qualche amico?), non ti turba più di tanto. Ascolti il chirurgo, parli con l’anestesista, passi la giornata pre-operatoria fra TAC e rasoi e ti ripeti che andrà tutto bene. Tutto bene. Non c’è nessun dubbio: dopo l’intervento, non ti ritroverai nessuna sgradevole sorpresa...

Un libro che si legge volentieri, la piacevole scoperta di uno scrittore che ha un suo stile ed è stato elogiato dal “Corriere della Sera” come un autore da cui ci si aspetta un romanzo, da cui trarre magari addirittura un film. E in effetti Di Palma lascia sperare che i suoi ritratti (indimenticabile quello dell’avvocato - il dominus - certo; ma non meno pregevole quello della sciampista sulla spiaggia di Miliscola) possano diventare un giorno qualcosa di più, al servizio di un intreccio più corposo e avvincente. Al momento, questa galleria regala momenti di divertimento autentico - e qualcuno di riflessione - ma anche qualche momento di stasi. L’ortografia del napoletano è sbagliata (ma l’uso del dialetto è parsimonioso, mentre abbondante è l’uso di una lingua - tanto da parte del narratore quanto da parte dei personaggi - italiana virata verso la parlata tipica della zona di Napoli (dove è facile sentir dire «a me mi piace», o «sto aspettando a te» anche quando si parli in italiano). Michele Di Palma ha le carte in regola non solo per piacere (cosa che, in buona sostanza, qui gli riesce), ma anche per stupire (intento che non gli è estraneo, e che già si avverte, in embrione, in qualche passaggio).