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Il dono

Il dono

Ha vissuto per otto anni a Torino, l’ispettrice Flavia Mariani. E in tutto questo tempo ha pensato ai sampietrini delle strade di Roma. E ora che a Roma ci è tornata, di sampietrini non ne vede mai. Neppure ora, che è scesa dall’auto di servizio, esasperata dalla lentezza del traffico, e guarda per terra. Vede l’asfalto, le crepe, le cicche di sigarette, le cartacce, ma di sampietrini neppure l’ombra. Roma è cambiata durante la sua assenza. Oppure è cambiata lei. Torino l’ha infiacchita, intossicata nel corpo e nello spirito. Per esempio, appena tornata nella capitale, è uscita con amici e ha mangiato una cacio e pepe seguita alla coda alla vaccinata. Nulla di che, quindi, ma la notte ha vagato avanti e indietro nel suo nuovo appartamento, cercando in qualche modo di digerire. Chissà. Forse il vero problema è che lei Roma l’ha sempre avuta nel cuore, ma come una cartolina, come uno di quei film dell’Albertone nazionale, in cui la caput mundi non è altro che una serie di luoghi comuni. Ma il traffico no. Quello, sicuramente, è reale. Finalmente l’agente Iacoangeli la raggiunge e la invita a salire in auto. Impiegano quasi mezz’ora a raggiungere Rebibbia, un tragitto che, in condizioni normali, richiederebbe non più di cinque minuti. Il giornalista che ha massacrato i suoi genitori è stato messo in infermeria, in attesa di visite mediche e test. La sua cartella clinica, al momento, contiene soltanto notizie sul suo stato di salute fisica, che è decisamente buono, se si esclude la pressione un po’ alta. Il giornalista è un uomo forte e l’operatore sanitario spiega alla Mariani che lo stanno tenendo sedato, seppure a basso dosaggio, perché esiste la possibilità che possa farsi del male, anche se legato al letto con robuste cinghie. L’ispettrice Mariani si avvicina e posa una mano sul petto del giornalista, scuotendolo appena. L’uomo si riscuote, chiede un po’ d’acqua e, più tardi, alla richiesta dell’ispettrice di raccontare quel che ricorda, risponde senza indugi di aver ucciso i genitori, prima il padre e poi la madre...

Il nuovo thriller di Paola Barbato – autrice milanese di nascita, bresciana d’adozione e residente a Verona, dove vive con il compagno Matteo Bussola, apprezzato scrittore, tre figlie e due cani – è originale a partire dal titolo dei capitoli. Ogni volta una malattia diversa – dalla tachicardia all’herpes zoster, dall’alopecia all’insonnia – che consente al lettore di orientarsi senza difficoltà in una trama densa di personaggi. Il tema che accomuna i vari protagonisti è quello delicato dei trapianti. Ricevere un organo può indubbiamente salvare una vita o contribuire a migliorarne la qualità, ma esiste tutta una serie di ripercussioni psicologiche che non possono essere ignorate e meritano ben più di una riflessione. Esistono teorie o credenze popolari secondo le quali ricevere in dono un organo finisca con il modificare il carattere del trapiantato, che potrebbe addirittura assumere le caratteristiche peculiari del donatore. E se costui è una persona poco trasparente, o un serial killer, allora la questione può diventare delicatissima e piuttosto complessa. È quel che accade nell’intreccio ideato con maestria dalla Barbato, che una volta ancora dimostra la sua abilità nel dar vita a una storia ricca di colpi di scena assolutamente originali e molto ben costruiti, in grado di mantenere viva l’attenzione del lettore, catapultato in una vicenda perfettamente congegnata, in cui ogni tassello, apparentemente slegato rispetto agli altri, trova alla fine il proprio posto in un puzzle capace di lasciare senza fiato anche il lettore più navigato e avvezzo a trame articolate. Servendosi di un ritmo serrato, di una prosa diretta e senza fronzoli che spesso attinge alle espressioni tipiche del parlato e dà vita proprio per questo a situazioni particolarmente credibili, l’autrice racconta la fatica della burbera ispettrice Flavia Mariani – rientrata a Roma, dopo diversi anni trascorsi nel capoluogo piemontese, a seguito dell’uccisione del collega Lorenzo Carrozzini, collega e amico che la donna è chiamata a sostituire – che deve sventare un piano apparentemente perfetto, architettato da una mente ingegnosa capace di maneggiare l’orrore con una naturalezza che spaventa e indigna allo stesso modo. Un thriller avvincente, un gradito dono – prendendo a prestito il titolo – che la Barbato offre ai suoi lettori, mostrando una volta ancora quanto le riesca naturale creare la giusta tensione narrativa, indagare tra le pieghe più riposte dell’animo umano, descriverne cicatrici e tormenti e raccontarne con estrema lucidità anche gli aspetti più disturbanti, quelli che troppo spesso si finge di non notare.