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Il fantasma esce di scena

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New York, 2004. Manca una settimana alle elezioni presidenziali e la Grande Mela porta ancora addosso le ferite degli attentati dell’11 settembre 2001. Lo scrittore settantunenne Nathan Zuckerman è tornato in città dopo undici anni trascorsi da eremita sui monti Berkshire, nel Massachusetts. Un tempo in cui si è isolato dal mondo vivendo in una baita, dedicandosi alla scrittura, alla lettura e alla frequentazione di pochissime persone. Il ritorno in città ha uno scopo ben preciso: Nathan ha un cancro alla prostata che lo ha reso incontinente e impotente, e vuole trovare una soluzione almeno al primo problema, attraverso una nuova procedura medica che possa restituirgli autonomia e dignità. A New York incontra Amy Bellette, che aveva visto l’ultima volta durante una visita alla casa dello scrittore EI Lonoff, nel dicembre del 1956: anche lei è invecchiata e ha subito una delicata operazione al cervello a causa di un tumore. Nathan, inoltre, s’imbatte in una giovane coppia di sposini, entrambi scrittori, Billy Davidoff e Jamie Logan, autori di un annuncio per uno scambio abitativo, e s’innamora a prima vista della ragazza: così, di notte, Zuckerman si dedica alla stesura di un’opera teatrale, He and She, composta da conversazioni immaginarie tra lui e Jamie, la quale, nel frattempo, mostra una vera e propria disperazione per il secondo mandato presidenziale di Bush. Intanto, Nathan si chiede se abbia senso innamorarsi alla sua età, soprattutto di una donna molto più giovane di lui e perlopiù sposata. Sa che il suo è un amore impossibile…

Con Il fantasma esce di scena, romanzo pubblicato da Philip Roth nel 2007, si chiude la parabola di Nathan Zuckerman, alter-ego, o presunto tale, dello scrittore americano di origini ebraiche, apparso precedentemente in otto romanzi come narratore, protagonista o come entrambi. Ancora una volta, Roth mescola finzione letteraria e verità autobiografica, attraverso una potenza narrativa dall’effetto devastante. Tramite gli occhi del protagonista, infatti, ci si addentra all’interno di una riflessione esistenziale ed estetica sulla condizione della vecchiaia e le sue sfaccettature: Zuckerman, dopo undici anni vissuti da eremita, fa il suo ritorno nella civiltà, nella politica, nella Storia, trovando un mondo diverso, mutato radicalmente, soprattutto dopo gli eventi dell’11 settembre. Inoltre, trova spazio, come spesso accade nei romanzi di Roth, la riflessione metaletteraria, incentrata questa volta sul rapporto che si viene a creare tra la figura dello scrittore visto come autore e quella dello scrittore visto come uomo. Da qui, il sospetto che Roth abbia velatamente voluto criticare coloro i quali affermano che Nathan Zuckerman sia il suo alter-ego. Dobbiamo, dunque, giudicarlo attraverso i suoi libri e i suoi personaggi o attenerci alla sua reale biografia? La risposta non conta. Resta una consapevolezza: Roth è sicuramente una delle voci più importanti degli ultimi anni, e continuerà a vivere proprio grazie a ciò in cui ha sempre creduto: la scrittura e i suoi personaggi, appunto.