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Il fascismo secondo Pasolini

Il fascismo secondo Pasolini

Già da quando era nel GUF (Gruppo Universitario Fascista), articolazione del Partito Fascista, all’inizio degli anni ‘40, Pier Paolo Pasolini ha criticato il regime non tanto per i contenuti ideologici, quanto per la povertà del dibattito culturale: i suoi interventi agli incontri del CineGuf degli ambienti universitari bolognesi sono stati fin dall’inizio indirizzati contro quel contesto asfittico fatto di luoghi comuni e di stereotipi. Fin da subito, dalle prime giovanili discussioni, ha sofferto la ristrettezza culturale della proposta fascista. Pasolini di fatto non si è mai posto il problema se aderire o non aderire al Partito Fascista da un punto di vista politico, ma se n’è fatto un cruccio da un punto di vista estetico-culturale. Del resto, figlio di un ufficiale fascista, con un fratello desideroso di combattere, ma fra i partigiani, Pasolini ha invece mantenuto sempre un profilo politico basso: accostatosi all’idea della gioventù e della guerra, Pasolini inizia la sua riflessione culturale in un ambiente storico e sociale pienamente impregnato di fascismo, prepotentemente occupato dal fascismo, benché fosse una presenza di forma prima ancora che di contenuto. Da lì la grande capacità, nel corso degli anni, di costruirsi un proprio percorso di critica al fascismo, mai banale, come mai banale è stata ogni riflessione dell’intellettuale di Casarsa...

Rivisitare la figura di Pier Paolo Pasolini, ultimo vero intellettuale militante, vittima della sua stessa ortodossia, persona controversa che ha attraversato il cuore del XX secolo, è un’operazione importante e necessaria. La scelta strategica di partire da un tema, spinoso come l’antifascismo, è attuale e problematica: si parte da una fake news (una presunta lettera di PPP ad Alberto Moravia che criticava l’antifascismo come “arma di distrazione di massa”), utilizzata dalla Lega per fomentare il populismo contro gli immigrati, per ripercorrere il rapporto controverso fra l’intellettuale ed il fascismo, mettendo in evidenza l’interesse per l’umano e non per le etichette che in Pasolini hanno sempre avuto un ruolo negativo e secondario. Per questo il disagio è prima di tutto nella vacuità del messaggio fascista, nella sua proposta monolitica, priva di critica e possibilità di crescita. Il lavoro di Alessandro Viola è pregevole, nella ricostruzione storica e filologica, necessario e utile, anche in considerazione della atipicità della figura di Pasolini, che non è mai stato così netto nella sua produzione, dove saggio e prodotto artistico si fondono indistintamente. Pasolini, in buona sostanza, non distingue tra scritti letterari e scritti politici. La sua riflessione sul fascismo è presente nel cinema (in particolare Salò), nella sua produzione in prosa (il romanzo Petrolio), e poetica (nel libro c’è un intero capitolo alla poesia Saluto e Augurio). Insomma, il suo pensiero politico non si sviluppa all’esterno, in qualche luogo asettico, ma all’interno.