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Il fidanzamento del signor Hire

IlfidanzamentodelsignorHire

Il signor Hire – tutti lo chiamano così ma il suo nome è Hirovitch – è un ometto dalle labbra rosse e i baffetti arricciati col ferro, neri come disegnati a china, il viso tondo e due dischetti rosa sugli zigomi. “Non era robusto. Era grasso. […] era come se in lui non ci fossero né carne né ossa: solo una materia morbida e molle, così morbida e molle che il suo modo di muoversi aveva qualcosa di equivoco”. Il signor Hire è sempre da solo, è timido e, a parte qualche visita al bordello, non ha rapporti con donne. Cammina a passi così piccoli che sembra saltellare ed è assai abitudinario. Passa le sue giornate tra il sobborgo di Villejuif, all’estrema periferia di Parigi, dove vive in un condominio, e il quartiere intorno a Place de la République, dove invece in un seminterrato svolge una attività di vendita per corrispondenza al limite della legalità. È un tipo davvero solitario e pieno di ossessioni e manie; ha un unico passatempo nel quale eccelle, il bowling, e quando va a giocare è l’unico momento in cui si sente finalmente ammirato e apprezzato. Nessuno sa molto di lui ed è per questo che i vicini nutrono una morbosa curiosità nei suoi confronti. Qualche tempo prima, in un terreno vicino a dove abita il signor Hire è stato ritrovato il corpo martoriato di una donna, probabilmente una prostituta, e nel condominio da giorni ci sono dei poliziotti che costantemente lo tengono d’occhio e lo seguono nei suoi spostamenti sempre uguali; l’ometto è così bizzarro da essere diventato subito il sospettato ideale e ai vicini non sembra vero di poter spettegolare. Per giunta il signor Hire, che si è accorto di essere pedinato, spesso riesce a seminare i poliziotti; lo fa per timidezza, di fatto finendo per rafforzare i sospetti. Ogni sera l’uomo guarda fuori dalla sua finestra una giovane donna dalle forme generose che abita di fronte, la rossa Alice che fa la domestica ma lavora anche nella latteria vicino al portone di Hire. La sera, quando rientra, si spoglia, indossa la camicia da notte sul suo corpo voluttuoso e si mette a letto. La ragazza si è accorta dell’uomo che la spia dalla finestra di fronte ma non le importa, anzi a volte ammicca maliziosa. Una sera il signor Hire assiste ad uno strano incontro – non solo passionale - tra la ragazza e il suo amante, Émile. Da quella sera cominciano a capitare strane cose e la ragazza sembra spiarlo a sua volta. Perché? Addirittura una sera Alice si presenta alla sua porta, entra in camera, si siede sul suo letto, scambia qualche parola con lui che farfuglia qualcosa perché non sa mai cosa dire, gli fa anche qualche moina, senza che l’ometto, per altro, sappia cogliere l’occasione. Ma da quella sera il signor Hire – sempre incapace di agire e persino di parlare – finalmente sente di poter fare un progetto. È così felice che si convince di avere la possibilità di avere e realizzare facilmente un sogno. Ha pensato a tutti i particolari, lui e Alice fuggiranno da Parigi e saranno felici lontano dai poliziotti e dal violento Émile. Ma il signor Hire non sa che il destino è in agguato per farsi beffe di lui…

Tra i romanzi che non hanno come protagonista in commissario Maigret, in molti sostengono che Il fidanzamento del signor Hire sia il migliore dell’assai prolifico Georges Simenon, che più che mai qui si rivela osservatore attento e acuto dell’animo umano, un fine conoscitore delle sue debolezze e delle passioni, dei vertici di meschineria e cattiveria che è capace di raggiungere. Il pingue e fragile ometto protagonista di questa storia, ideale capro espiatorio e prima ancora oggetto perfetto di pettegolezzi maligni, è così bisognoso d’affetto e attenzione che gli basta pochissimo per costruirsi un’illusione di felicità, tutta nella sua mente. Senza un briciolo di sospetto, senza dubitare minimamente delle attenzioni interessate (quale scopo meschino la anima?) di una bella e giovane ragazza. L’aspetto fisico sgradevole rappresenta per Hire una condanna sociale, cui si aggiunge la diffidenza istintiva che gli attira l’origine ebrea. Lui è talmente timido, ingenuo, insicuro e inadeguato al mondo, che non riesce nemmeno ad esprimersi; ma, in fondo, nessuno è davvero interessato a ciò che lui potrebbe dire. Soltanto il bowling rappresenta un riscatto sociale, perché anche le visite al bordello di solito sono per lui motivo ulteriore di imbarazzo, disagio e addirittura umiliazione. In un crescendo emotivo, nel lettore l’iniziale antipatia si fa empatia nei confronti del povero Hire, fino a quando diventa evidente che anche quell’unica volta in cui, nella sua vita grigia, ha provato ad essere felice, ha creduto in un progetto d’amore – nato e cresciuto solitario nel suo cuore e nella sua testa -, ha pensato che finalmente poteva esserci una gioia anche per lui, ebbene allora il destino si presenta a riscuotere il prezzo dell’inganno e dell’illusione. Non c’è riscatto né speranza, sembra dirci Simenon, chi nasce perdente resta perdente per sempre. Come ha scritto Mariolina Bertini de “L’Indice”: “L’ultima trappola di una vita votata allo scacco, all’insegna della disperazione”. Fino al tragico, amaro, malinconico finale, dopo che la folla ha esaurito e sfogato la sua crudeltà, come in uno sfrenato rito dionisiaco. E su tutto, la pioggia cade incessante e ossessiva su Parigi, cornice perfetta per la storia triste di un uomo ingenuo e solo. Ecco allora che questo poliziesco tragico e commovente diventa difficile da definire, perché parte da un omicidio e diventa una storia drammatica sull’amore, sulla cattiveria, sulla solitudine, un romanzo psicologico e introspettivo, atroce e desolato, nel tipico stile scarno di Simenon. Questo romanzo, che forse è uno dei più belli ma di certo uno dei più cupi, è stato scritto a Marsillly nell’autunno del 1932 e pubblicato per la prima volta nel marzo 1933 dall’editore francese Arthème Fayard, tra i primi a pubblicare fumetti e colui al quale si deve il grande successo della serie Fantômas. Il fidanzamento del signor Hire ha avuto tre adattamenti cinematografici, nel 1946, nel 1947 e l’ultimo, il notevole “L’insolito caso di Mr Hire” del 1989, per la regia di Patrice Leconte.