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Il figlio del padre

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Unità di Valutazione Psichiatrica. Le annotazioni corrispondono alle trascrizioni delle pagine manoscritte ritrovate nella cella di Diego Martín C., dopo l’incendio che si è sviluppato nella notte tra il 14 e il 15 settembre 2011. La parte del testo originale che non è andata distrutta riporta la sua ammissione circa l’uccisione di Martin Pearce: lo ha sequestrato e infilato nel bagagliaio della sua auto, ha guidato per più di mille chilometri fino alla Casa Grande, dove lo ha torturato per tre giorni e tre lunghe notti prima di ucciderlo l’11 novembre 2010, sparandogli due volte in testa. Prima di questo omicidio, Diego Martín era un professore universitario che aveva appena superato i quaranta, un tipo grigio senza nulla di particolare e destinato a una fine anonima, se a un certo punto ogni cosa non fosse cambiata. Forse tutto è cominciato quando aveva dodici anni e il nonno Simón, che stava morendo di cancro, gli chiese di fare una passeggiata nel parco e nell’acqua sudicia di uno stagno lasciò cadere un anello. Oppure questa storia sarebbe potuta iniziare quando aveva dieci anni e la sua famiglia scese dalla montagna per stabilirsi in calle de las Torres, dove vide per la prima volta l’acqua corrente e suo padre strangolò il cane di Diego con le sue mani. Ma non importa dove la storia ha avuto inizio: niente potrebbe spiegare perché un uomo ritenuto fortunato da tutti decida di sequestrare, torturare e assassinare un giovane di ventiquattro anni…

Comincia così, Il figlio del padre, come in un thriller alla rovescia, dove si sa già chi è la vittima e chi è il colpevole. Rapimento, tortura e omicidio a sangue freddo del giovane infermiere che si occupava della sorella Liria: crimini che Diego Martín — professore in un’università di Barcellona con una vita invidiabile, una moglie ricca, intelligente e affascinante, una figlia, Ana, che la moglie ha avuto da una precedente relazione, una bella casa, molti amici, viaggi in posti esotici, ma anche con una propensione al tradimento e “infelice per vocazione” — ci racconta in prima persona. L’inizio della fine di questa esistenza apparentemente perfetta è rappresentato dalla notizia della morte del padre, che Diego non vede da vent’anni, e dal viaggio che intraprende dalla Catalogna verso l’Estremadura per raggiungere i fratelli, la madre e la casa dove ha vissuto da ragazzo. Un ritorno alle proprie origini che apre vecchie ferite mai rimarginate e riporta alla luce misteri irrisolti e segreti mai svelati. Subito ci rendiamo conto che quello di Víctor del Árbol è un romanzo corale molto complesso, che si sviluppa su diversi piani temporali — dal 1936 al 2010 —, scenari geografici diversi — Barcellona, Estremadura, Unione Sovietica, Sahara orientale —, con più di una voce narrante e, soprattutto, i diversi punti di vista dei personaggi caratterizzati, in tutta la loro profondità psicologica, da sentimenti di frustrazione, sconfitta, rimpianto, risentimento e solitudine. Ciascuno di loro incarna e ci racconta di un mondo, di un pezzo di società, di un modo di pensare, di un periodo storico particolarmente drammatico — la dittatura e la Guerra civile in Spagna, la Seconda guerra mondiale combattuta in Russia, la Legione nel Sahara, l'esodo della popolazione rurale verso i quartieri poveri e periferici delle grandi città negli anni ’50… Attraverso quel territorio ambiguo e controverso che è costituito dalla memoria di tre uomini — nonno Simón, suo figlio e padre di Diego (il suo nome non verrà rivelato fino all'ultima riga del libro) e Diego — emerge non solo una storia familiare che trasmette in eredità l'incapacità di comunicare e di mostrare i propri sentimenti, rotture insanabili fra padri e figli, silenzi devastanti che generano odio e violenza, senza possibilità di redenzione, ma la Storia di un’intera nazione. E in un mondo dominato da figure maschili, solo una donna, nata da una tragedia di cui non ha colpa, potrà spezzare la catena del tempo, quella dei Martín, che distruggono tutto il bene che c’è in chi si avvicina a loro. La potenza, la durezza e l’immediatezza della scrittura di del Árbol fanno di questo romanzo — che sfugge a qualsiasi tipo di definizione — un’opera insuperabile, intensa, originale e generosa, come solo i veri capolavori possono essere.

LEGGI L’INTERVISTA A VÍCTOR DEL ÁRBOL