Mbobo, detto Kirill, ma anche Puškin, viene alla luce in uno dei corridoi di una monumentale fermata della metropolitana di Mosca, l’Oktjabr’skaja. Mbobo è figlio di una giovanissima donna di origini siberiane, che tutti chiamano Mosca, come la città, e di un atleta africano passato in città in occasione delle Olimpiadi del 1980: la madre si era spostata in città per lavoro, poi ha conosciuto un fugace amore e l’onta di tornare incinta nella sua città natale. Del resto la sua stessa madre l’ha disconosciuta e non vuole più saperne niente di lei: soltanto il padre le è andato incontro sapendo che avrebbe partorito, salvo poi andarsene di corsa fra le urla vedendo che il suo unico nipotino, nato quasi per caso, è, non solo senza padre, ma di pelle scura. Mbobo vive e cresce con la sola madre, impegnata in vari lavoretti dopo la chiusura della fabbrica d’auto nella quale era impiegata, ma soprattutto con i suoi altalenanti patrigni. Uno di questi lavora in un giornale, quindi trascorre il suo tempo a ricercare notizie e contatti spostandosi da una parte all’altra di Mosca, dal Cremlino ai più piccoli anfratti e budelli della città. È un’occasione unica per conoscere la vita della città, ma anche il suo ventre sotterraneo: già, perché la metropolitana è di fatto il mezzo di trasporto più comodo e capillare per andare ovunque. Ogni fermata ha poi una sua storia, una sua particolarità, una sua immagine diversa e sontuosa del regime sovietico, ma anche del passato zarista. In questo dedalo di strani personaggi Mbobo-Kirill cerca le sue origini, perimetra la sua vita, sapendo che poi nelle mura della stanzetta di casa l’aspetta una madre anaffettiva, forse perché spesso ubriaca...

Il figlio del sottosuolo, di Hamid Ismailov, autore uzbeko emigrato in Inghilterra nel 1992, è un romanzo originale nella struttura, ma abbastanza stereotipico nei contenuti: si tratta dei ricordi postumi di un bambino di dodici anni, quasi il diario di un morto, divenuto orfano a quattro anni, che attraversa una serie di vicende di miseria e sopravvivenza, corruzione e piccoli gesti di solidarietà. Ne esce il quadro di un’Unione Sovietica in decadenza, che nell’archiviare il crollo di una società consunta e collassata dopo la caduta del muro di Berlino, rivela molti aspetti disumani del regime sovietico che, nella metropolitana moscovita, ha la sua rappresentazione più iconica. Le storie avvengono in superficie, tutte però lungo la tratta della metropolitana, ma sono vissute dal punto di vista di chi è nel sottosuolo: sopra regna la crudeltà, sotto, invece, i corpi si consumano lontani dalla luce, in modo frammentario e senza nessuna apparente umanità. Il sottosuolo ha il potere di proteggere dall’indifferenza, ma allo stesso non ha i contorni di una fiaba, quanto piuttosto di una condanna all’esilio ed all’oblio. Due mondi che si contrappongono, che si allontanano, che non trovano nessuna sintesi se non nei lunghi percorsi della metropolitana; le persone passano e si incontrano, talvolta si scontrano: sfarzo e miseria, marmi e corruzione sono i confini anarchici entro cui si muovono personaggi disperati e spersi. Ismailov prova a dare una cornice lirica a questa tragedia umana, introducendo le varie sezioni con brevi testi poetici, ma alla fine quella che prevale è la voce di un bambino in balìa di una vita non sua, un bambino che muore prima di aver conosciuto la possibilità di un’altra vita.