La neve sulla strada non è tanto alta, neanche dieci centimetri: una slavina qualche sera prima ha ricoperto l’unica strada che mette in comunicazione il paesino di Čepovan con il resto del mondo. Eppure i carabinieri, mandati lì con alcuni soldati direttamente da Roma per continuare l’operazione di fascistizzazione del territorio in terra slovena, solo sulla carta perché ormai sotto il controllo del Duce, hanno deciso di rimuoverla subito. Non ci sono pericoli imminenti, però è una questione di ordine e pulizia, di organizzazione. Il tenente Angelo Ottavi e il suo braccio destro, Giulio De Paolis, hanno deciso così e per questo sono necessarie tutte le forze a disposizione, tutti gli uomini abili ai lavori manuali. A tal proposito mandano il maresciallo Agosti nell’unica osteria del paese a raccogliere tutte le forze in circolazione. Gli italiani sono arrivati con la slavina, da Gorizia, e sono decisi a far cambiare velocemente, anche con la forza, le malsane abitudini di quei montanari: intanto non è più possibile parlare in sloveno in pubblico, solo italiano; poi è necessario che tutti facciano quello che viene detto loro, senza troppe domande, anzi senza domandarsi il perché. E così è per tutti, o quasi: il vecchio Miroslav non è di quell’avviso e decide di non chinare la testa, di non andare con gli altri, decide di non obbedire agli ordini degli stranieri. Resta in osteria, mentre gli altri vanno via rassegnati a dare un aiuto agli uomini che sono già al lavoro. Il tenente Ottavi non la prende bene e decide di fare due chiacchiere con quel buon uomo e di convincerlo che la musica è cambiata. Del resto ha fatto così anche con la maestra Majda, subito sollevata dal suo incarico dopo aver scoperto che i programmi educativi del PNF non erano stati rispettati in quella piccola classe di diciotto banchi e altrettanti ragazzotti. Rimossa subito dall’insegnamento, perché non sottomessa al piano educativo del partito. Bisogna dare subito il buon esempio, perciò prima che sia troppo tardi bisogna dare una lezione a Miroslav ed a tutto il paese. Irrompono nell’osteria, soldati e tenenti, per vedere in faccia il sovversivo e piegarlo a miti consigli. Non è un’impresa facile, perché Miroslav è un montanaro, un cacciatore: è di un’altra tempra rispetto al remissivo Karel, il genero, più incline a stare lontano dai guai. Srečko assiste alla violenza dei soldati che costringono Miroslav a tracannare una grappa: in fondo è più dolce dell’olio di ricino. Srečko, che Ottavi ha già preso di mira da quando il giorno prima in classe faticava ad accettare il suo nome italiano, Fortunato, riporta a casa il nonno, ma in cuor suo sa che non può limitarsi a guardare quella violenza, è necessario reagire…

Anton Špacapan Vončina e Francesco Tomada conducono il lettore sul sottile confine fra la Slovenia e l’Italia nel 1931, ma soprattutto sul confine fra la narrazione storica e la finzione letteraria. Il romanzo racconta l’italianizzazione fascista della Slovenia attraverso le storie degli abitanti di un piccolo paesino di montagna, Čepovan, che i fascisti rinominano Chiapovano; storie fatte di brutali imposizioni culturali e fisiche, ma anche di misteriosi racconti fiabeschi nei quali la realtà, la verità, non assume mai le sembianze della razionalità. È una storia di confini che esistono solo sulle carte geografiche e si perdono nell’identità e nelle radici di una comunità fieramente legata alle proprie tradizioni, alla grappa, ai boschi, alla neve, alla libertà di voler essere quelli per cui si è nati. Vončina e Tomada, nati proprio fra Gorizia e la Jugoslavia, sentono il peso e la leggerezza delle loro origini, sentono la necessità di ricordare un pezzo di storia non secondaria che a molti è sconosciuta o indifferente; per questo ricostruiscono, con una fantasia misurata, le imposizioni che gli italiani afflissero al popolo sloveno nel loro processo di italianizzazione, disegnando i profili del remissivo Karel, del sovversivo Miroslav, del pugnace Srečko, mescolando alla storia la finzione magica intrisa nel fascino dei boschi e delle tradizioni popolari. Il romanzo risulta per questo costruito con attenzione anche nelle documentazioni fittizie. Una lettura apparentemente fiabesca, in realtà un romanzo crudo e brutalmente attuale.