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Il filo che brucia

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L’autista sta conducendo il suo autobus nel traffico, verso la fermata sulla Cinquantasettesima, all’altezza in cui la Decima Avenue si immette nella Amsterdam. Se ne sta comodamente seduto su un sedile imbottito e, viste le otto ore al giorno in cui ci deve stare incollato sopra, se la merita davvero una postazione così comoda. A lui piace la gente e trova appagante salutare o fare un cenno del capo a tutti coloro che salgono sul suo mezzo. In questo modo, inoltre, riesce a individuare subito i pazzi, gli alcolizzati, i molestatori o i tossicodipendenti e può così decidere in un attimo se premere o meno il pulsante di emergenza. La giornata è splendida, pensa mentre il suo sguardo si posa su un vecchio edificio marrone, sede della Algonquin Consolidated Power & Light Company, come recita un’insegna sbiadita, scritta con vernice bianca su fondo blu. L’autista non ha mai fatto troppo caso a quel posto, ma ora una strana inquietudine lo colpisce. Da una finestra pende, a circa tre metri da terra, un grosso filo elettrico, coperto con un isolante scuro fino alla punta. Mentre si chiede se non sia in qualche modo pericolosa, ferma l’autobus e preme il pulsante che apre le porte. Diverse persone salgono, mentre l’autista nota, osservando dallo specchietto retrovisore, tre operai saltare giù da un grosso camion della Algonquin Consolidated e dirigersi verso l’edificio. Portano scatole di attrezzi e hanno spessi guanti e giacconi. Hanno l’aria un po’ tesa. Chissà che sta accadendo? Si chiede l’autista, mentre l’ultimo passeggero sale sull’autobus. C’è un odore acre. Qualcosa che brucia. Forse c’è stato un blackout. All’improvviso, schiocchi secchi paiono provenire dalla sottostazione, mentre un fascio di luce riempie il marciapiede tra l’autobus e il filo penzolante dalla finestra. L’autista non vede più nulla e realizza di avere il torace contro il finestrino laterale. Sente le grida dei passeggeri, mentre le fiamme si alzano nel cielo...

Dopo otto avventure c’era il rischio che Lincoln Rhyme, singolare personaggio scaturito dalla fantasia del noto scrittore americano Jeffery Deaver, non avesse più nulla da dire e da dare. Ma non è così. Anche il nono romanzo che lo vede protagonista - insieme all’inseparabile Amelia Sachs, all’aiutante Tom, all’amico di sempre Lon Sellitto e alla recluta Ron Pulaski - è ricco di dettagli e la storia si fa spunto per affrontare temi legati all’attualità, come l’eco terrorismo e le fonti di energia alternative, e per una riflessione del protagonista stesso sulla sua malattia. Il profiler tetraplegico più famoso di New York è alle prese, questa volta, con un attentatore che uccide servendosi di uno strumento comune, ma assolutamente letale: l’elettricità. Una caccia all’uomo ricca di colpi di scena - scandita, come sempre, dal tempo che passa e che non lascia scampo - e affiancata da un secondo filone narrativo, che vede tornare in scena un vecchio nemico di Rhyme, quel Richard Logan noto ai più con il suo soprannome, l’Orologiaio. Lo schema è quello classico di Deaver: interessanti spiegazioni tecniche - in questo caso sul funzionamento dell’elettricità, i suoi rischi e il suo uso - si alternano alla raccolta delle prove, anche quelle che in apparenza appaiono insignificanti, e alla loro accurata analisi. Rhyme ha una mente veloce, capace di collegamenti inusuali e non mancano, come al solito, frecciate al veleno verso chiunque non sia capace delle sue stesse deduzioni logiche. È un vulcano, Lincoln Rhyme. Il suo acume e la sua capacità di ragionamento gli consentono di destreggiarsi con maestria tra due indagini che paiono parallele, ma finiscono per attorcigliarsi e regalare, come al solito, un finale che stupisce. Scorrere le pagine del romanzo è come muoversi in un immenso labirinto, fatto di specchi che riflettono immagini che depistano e ingannano. Un thriller nel quale azione e riflessione camminano insieme, offrendo al lettore interessanti spunti di discussione oltre che una lettura di qualità.