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Il filo rosso

Il filo rosso

Ogni mattina l’ingegnere Antonio Lavezzi si sveglia con l’impressione di aver dormito in una scatola di cartone. L’odore arriva dai nuovi mobili nella nuova casa dove si è trasferito grazie ad una generosa offerta dell’amico Giuseppe Levante, proprietario della ditta per la quale ora lavora. Rifarsi una vita è stato di una semplicità a dir poco imbarazzante. Quasi non ci crede neanche lui. Ma non impazzire comporta rigore e disciplina. Non ci si deve pensare mai, le giornate devono essere rigorosamente scandite da rituali e scadenze imprescindibili: bucato con il solo programma di lavatrice che conosce; il sabato pulizia a fondo del bagno e autolavaggio; registro di cassa aggiornato e inventario di tutti gli oggetti e del cibo; datario per le visite mediche e le tasse da saldare; il pranzo della domenica da Levante con la presentazione dell’amica libera di turno. È importante che la sua esistenza monotona e piatta si replichi all’infinito, è importante l’apparenza e l’ovvietà perché nessuno chieda, nessuno domandi. Dopo “il fatto” Antonio Lavezzi ha imparato l’arte del mimetizzarsi. Il “fatto” che poi non aveva neanche vissuto, capito, niente. Colpito alle spalle, si era risvegliato in ospedale dopo più di quaranta giorni e tutto era già successo. Una figlia violentata e ammazzata, una moglie che lo aveva lasciato, un mondo, quello di prima, distrutto, dissolto nel nulla. Poi quel morto nel suo cantiere. Non uno qualsiasi, ma un pedofilo, come a volergli lasciare un messaggio. E a conferma i chicchi di grano a formare quella frase sui gradini di casa, SI PUÒ FARE. Nella testa di Antonio rinasce la speranza, forse la vita non è solo aspettare che passino altri trent’anni e che tutto finisca per sempre. Così accetta di partecipare ad un gioco orchestrato magistralmente da qualcuno che conosce lui e tanti altri come lui, persone che sono state private degli affetti più cari, le vere vittime, quelle che rimangono, persone legate da un sottile filo rosso, il dolore...

Pubblicato per la prima volta nel 2010, segue Bilico e Mani nude e, come nelle precedenti opere, anche in questa Paola Barbato esplora con capacità e coraggio le infinite variabili dell’animo umano, le possibili reazioni che un qualsiasi cittadino con una vita normale incasellata nelle regole standardizzate della società odierna può avere e come si possa trasformare in un potenziale “vendicatore”, un Paul Kersey, guarda caso anche lui ingegnere, interpretato dall’indimenticabile Charles Bronson nel grande successo del 1974 Il giustiziere della notte, tratto dall’omonimo romanzo di Brian Garfield. Quante volte davanti alla tv, mentre ascoltiamo fatti cruenti di cronaca nera, quando le sentenze dei tribunali ci sembrano assurde quanto ingiuste, abbiamo pensato che se succedesse a noi ci faremmo giustizia da soli? Guai a toccare la famiglia. La Barbato ha interpretato questi pensieri e ha scritto un thriller emozionante, teso, che usa come benzina la vendetta. In un fatto di sangue si crea sempre un triangolo che ha nei suoi tre angoli la vittima, il suo carnefice e i superstiti. Ed è il superstite quello costretto a portare il peso, il dolore dell’accaduto. In lui le domande girano vorticosamente in testa, perché a me? Perché nessuno ha fatto niente? La Barbato crea una storia in cui il superstite ha la possibilità di poter scegliere tra avere la propria vendetta o lasciar perdere, con la consapevolezza che un’altra vittima non cambierebbe il corso della storia. Ma è eticamente giusto, avendone la possibilità, rinunciare alla vendetta, ad una giustizia sommaria quanto personale ma pur sempre giustizia? O è semplicemente vigliaccheria? E questa domanda se la farà il nostro ingegnere quando potrà agire e capire di che pasta è fatto.