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Il fiume della vita

Il fiume della vita

Trieste, 1890. Richard Francis Burton esala l’ultimo respiro tra le braccia di sua moglie. Scompare ogni dolore e si fa buio di colpo. Dopo un tempo imprecisato, che per lui è meno di un secondo, l’uomo apre gli occhi e si trova dinanzi a uno spettacolo incredibile: il suo corpo nudo, in piena forma come quando era giovane e del tutto glabro, galleggia nel vuoto, apparentemente attratto da una sorta di barra di metallo lunghissima. Sopra e sotto di lui, a perdita d’occhio, una fila interminabile di altri corpi come il suo, di uomini e donne che però paiono dormire, solo lui è sveglio e in grado di muoversi. “Si era sempre vantato di non aver mai conosciuto la paura. Ora invece la paura gli strozzò un urlo in gola, lo invase, spremette nuova vita da lui”. Inizia a dibattersi e a scalciare furiosamente, finché non vince la forza che lo tiene legato alla barra di metallo e precipita nel vuoto, assieme ad altri corpi. D’un tratto appare una bizzarra navicella guidata da due strani individui, che puntano verso di lui un misterioso oggetto metallico. Si fa ancora una volta buio. Di nuovo, dopo un tempo imprecisato che per lui è meno di un secondo, Richard Francis Burton apre gli occhi. Si trova sdraiato a faccia in su su un soffice prato in riva a un fiume immenso, circondato da colline sormontate da lontane altissime montagne. Accanto a lui, a pochi metri uno dall’altro, centinaia, migliaia, milioni di altri uomini e donne nudi e glabri. Tutti si stanno svegliando, tutti hanno al polso un braccialetto che regge un contenitore cilindrico di metallo leggerissimo. È dunque questo l’Aldilà? Quali sono le leggi che lo regolano? Chi lo ha creato? A cosa servono i contenitori? Dove nasce e dove muore quel fiume apparentemente infinito? E soprattutto la strana visione che Richard Francis Burton ha avuto dopo la morte era solo un sogno o c’entra qualcosa con questo luogo incredibile? Le cosa da scoprire sono innumerevoli, e lui non si è mai fermato di fronte a un mistero o a un viaggio...

Il primo romanzo della saga del Fiume della vita, Premio Hugo nel 1972, in originale – con ben altra finezza rispetto alla versione italiana – si intitola To Your Scattered Bodies Go, citazione da un sonetto di John Donne: “At the round earth’s imagin’d corners, blow/ Your trumpets, angels, and arise, arise/ From death, you numberless infinities/ Of souls, and to your scattered bodies go”. Approccio colto, quindi. Aggiungete un protagonista veramente esistito, e per di più davvero affascinante (Sir Richard Francis Burton, il cartografo, esploratore, avventuriero, scrittore, orientalista, soldato, spia, libertino che nel XIX secolo ha girato il mondo in lungo e in largo – perigliosissimo pellegrinaggio in incognito alla Mecca compreso – portando il Kamasutra e Le mille e una notte – in versione uncensored, s’intende – in Europa e sfiorando la scoperta delle sorgenti del Nilo) e un primo capitolo che sembra preso di peso da Matrix ma ha preceduto il film dei fratelli Wachowski di un buon trentennio. Riflettete sul fatto che tutto questo è solo il contorno di una saga che ha l’ambizione di raccontare il mistero più profondo dell’esistenza, cioè la morte o meglio quello che accade dopo la morte. Pregustate le infinite possibilità narrative date da un plot che mette a disposizione dell’autore tutti – ma proprio tutti – gli esseri umani vissuti sulla Terra dalla comparsa dell’uomo allo scioglimento dei Beatles. Un inevitabile capolavoro? Ahinoi, no. Il libro è costellato di occasioni narrative mancate e procede dannatamente troppo in fretta (difetto inspiegabile, dato che sin dall’inizio Philip José Farmer aveva previsto almeno un sequel) verso il finale in sospeso, sbandando paurosamente. Le idee geniali non mancano, ma l’autore sembra più impegnato a trascurarle che a sfruttarle. Lo stile non ha nulla di memorabile, e anche il sottile erotismo tipico di Farmer, colui che con il suo Un amore a Siddo ha sdoganato la sessualità – non necessariamente ortodossa – nella Science fiction, qui lascia il posto a qualche stanca considerazione sulla grandezza delle tette di questa o quella resuscitata. Delusione.