Bertil Kras appare spesso nei suoi sogni: una figura silenziosa, immobile, con occhi schivi e stanchi, avvolto da una luce rosa. Preferisce pensarlo così piuttosto che come lo ha visto realmente diciannove anni prima, quella notte allo scalo merci, quando Kras correva tra i vagoni rosso scuri in modo scoordinato, con le braccia tese in una direzione e i piedi ruotati all’indietro, la testa che penzolava come un sacco da pugile. Nel sogno gli eventi sono più nitidi, ridotti all’essenziale: resta solo una figura in bianco e nero che tenta disperatamente di far deragliare i vagoni. Da bambino, abitava vicino alla ferrovia. Una notte si è svegliato per andare in bagno e, mentre faceva pipì, ha sentito strani rumori. Ricorda di aver pensato che era strano ci fossero manovre ferroviarie nel cuore della notte. Fuori c’erano trenta gradi sottozero e la finestra era ricoperta di cristalli di ghiaccio. Trovato un piccolo spazio libero nel vetro attraverso cui osservare, lo ha visto. L’uomo chiamato Kras, un cognome strano. La gente del posto lo chiamava Scricchio per quel cognome che in svedese suona come qualcosa che va in pezzi. Lo chiamano il Folle, il Piromane, Scheggia di vetro. Kras è arrivato in quella piccola cittadina del Norrland nel 1947 una domenica di settembre. Si è subito attirato l’ostilità della gente, lo vedevano come una macchia sulla superficie tirata a lustro di quel luogo… Anni dopo, all’inizio degli anni Cinquanta, Kras stesso racconta del suo arrivo. Dice di aver fatto una fatica infernale a trovare la chiesa per sapere che ora fosse, ma quando l’ha trovata ha scoperto che non c’era nessun orologio sul campanile. Racconta seduto al suo tavolo della birreria, nell’angolo in fondo, con le spalle alla parete. La segheria è già bruciata e lo accusano di aver provocato l’incendio. Le sue dita sottili con l’anello di ottone nero sono appoggiate sul tavolo. In realtà mormora tra sé, con un’espressione di malinconia e ansia. Al suo tavolo regna una quiete devastante. Il fumo che gli arriva è pieno dei resti delle dicerie che lo circondano. Non trova dove mangiare e alla fine si ferma al distributore automatico fuori dalla stazione, compra una tavoletta di cioccolato con le nocciole e la mangia davanti alla macchinetta. I suoi passi vengono osservati con attenzione. La gente nota la sua andatura lenta, lo stacco legnoso del piede, la sua magrezza, gli occhi grigi sporgenti, i capelli chiari che gli rimbalzano come molle sulla testa. La sua identità rimane ignota finché alle tre del pomeriggio non entra nella pensione di Gustafsson chiedendo una stanza "per qualche tempo". Helmer Gustafsson, vedovo dal 1939, si insospettisce per quelle parole troppo vaghe. Quando Kras si registra e sale in camera senza bagagli, i sospetti aumentano. Gustafsson controlla che non ci siano macchine in cortile e telefona alla stazione per sapere se sono arrivati forestieri in treno, ma gli rispondono di no. Il lunedì mattina poco dopo le sette, Gustafsson sente passi strascicati al piano di sopra. Kras scende le scale, fa un cenno amichevole, mormora un buongiorno e lascia la chiave sul bancone. I suoi movimenti sono semplici e disinvolti. Esce sotto una debole pioggerella. Va alla segheria e trova subito un impiego nell’area di accatastamento, dove lavorerà fino al giorno in cui la segheria verrà distrutta completamente dall’incendio…

Un applauso a Marsilio che propone per la prima volta al pubblico italiano un’opera seminale nel percorso letterario di Henning Mankell. Uscito in Svezia nel 1977, questo romanzo è rimasto per oltre vent’anni fuori catalogo ed è stato ristampato in patria soltanto nel 2020. Si tratta della terza prova narrativa dello scrittore: siamo ben quattordici anni prima dell’esordio del commissario Kurt Wallander, che ha donato a Mankell la fama mondiale. La vicenda è quella di Bertil Kras, un meccanico di biciclette che decide di abbandonare la propria esistenza modesta a Stoccolma per trasferirsi in una piccola località della Norrland, la regione più settentrionale del Paese. Il protagonista trova impiego presso una segheria locale, ma diventa rapidamente oggetto di maldicenze e quando la segheria locale viene distrutta da un incendio in una notte d’inverno, Bertil si trasforma nel capro espiatorio ideale: forestiero, e per di più membro del Partito Comunista. La narrazione illumina infatti un capitolo misconosciuto della storia svedese: l’esistenza di campi di internamento per comunisti durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, episodio che contraddice l’immagine consolidata della neutralità e mitezza scandinava. L’autore orchestra magistralmente la descrizione della vita rurale nordica, con dettagli minuziosi sulla caccia all’alce, la pesca e la raccolta dei mirtilli, che fungono da contrappunto idilliaco alla progressiva escalation di paura, rabbia e sospetto che avvolgono Bertil come una rete sempre più stretta. Lo scrittore rivela il passato poco glorioso dello Stato sociale svedese liberale, le diffuse simpatie per il nazismo e la persecuzione dei comunisti, elementi che conferiscono all’opera una valenza di testimonianza storica oltre che di fiction letteraria: si tratta di un romanzo per così dire “militante”, nato durante il soggiorno di Mankell in Norvegia, periodo in cui frequentò il movimento maoista Arbeidernes Kommunistparti, partecipando attivamente a diverse iniziative pur senza mai iscriversi formalmente. Nell’ambientazione de Il folle si riconosce chiaramente la città natale dell’autore, Sveg, nella regione di Härjedalen, dove suo padre esercitava la professione di giudice distrettuale. Il libro anticipa molti dei nuclei tematici del Mankell successivo: la critica sociale, l’attenzione alle dinamiche di esclusione, la rappresentazione di una Svezia attraversata da tensioni politiche e contraddizioni storiche. Sebbene rimanga un’opera meno nota rispetto alla saga di Wallander, questo romanzo giovanile testimonia la precoce maturità letteraria di uno scrittore che avrebbe successivamente conquistato un pubblico internazionale di oltre quaranta milioni di lettori, dimostrando che già nelle prove iniziali possedeva una spiccata capacità di utilizzare la finzione narrativa come specchio critico della società contemporanea.