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Il fratello oscuro

Marco Colonna, comandante della caserma dei carabinieri di Lipari, viene chiamato per un sopralluogo in una villa della zona dove è stato commesso un furto: bottino dei ladri migliaia di euro in contanti e alcuni oggetti preziosi. La signorile residenza è stata la dimora di blasonati baroni siciliani e la loro ultima discendente, morta anni prima, l’ha lasciata in eredità a suo marito, l’anziano notaio Maffei e al loro unico figlio, Andrea. Ed è proprio quest’ultimo ad accogliere il maresciallo Colonna e a riferire sui fatti. Nella sera del furto la villa era abbandonata perché i proprietari si trovavano a Palermo in una clinica dove il notaio è stato operato a un femore. La fidatissima donna delle pulizie aveva chiuso tutto come sempre e inserito l’allarme, ma il giorno dopo ha scoperto l’infrazione e avvertito i proprietari. Marco Colonna, dopo aver ascoltato il resoconto del giovane di casa Maffei, aver preso appunti mentali sullo stato delle cose nella villa e avere avuto una amichevole chiacchierata con un informatore del luogo, pensa di avere una idea del colpevole e di come siano andati i fatti. Ma ancora non ha le prove. E poi in Sicilia, e in particolar modo in quella zona, anche i furti in generale sembrano seguire e obbedire a regole ferree e non scritte. Proprio nel corso delle indagini sulla villa, però, il maresciallo e la sua squadra vengono allertati per il ritrovamento del cadavere di un uomo nell’hotel più importante di Lipari, un uomo che la sera del furto in villa aveva organizzato, proprio nel prestigioso albergo, un torneo di scacchi importantissimo, a cui avevano partecipato molti forestieri. Esiste un collegamento tra i due crimini? E ancora, c’è un qualche nesso tra la scomparsa di una donna egiziana da Lipari e il massacro di Srebrenica avvenuto nel lontano luglio 1995 in Bosnia Erzegovina?

Accidenti al ritmo narrativo e allo stile! No, perché l’idea c’era tutta e la storia poteva essere davvero interessante in questo Il fratello oscuro, ma l’autore si perde nel ritmo, con descrizioni infinite, salti temporali, dialoghi incespicati e un linguaggio e uno stile abbastanza noiosi. Ed è un vero peccato, perché il libro scorre. Ma non decolla. Nessun picco, nessun apice, nessun colpo di scena che fa saltare sulla sedia. Un moto rettilineo uniforme che se annoia in Fisica, figuriamoci in letteratura. Purtroppo infatti la normalità e la piattezza sono in assoluto le peggiori disgrazie che possono abbattersi su un giallo con ambizioni da poliziesco. Eppure oltre all’idea del racconto Scavino ha fatto un buon lavoro anche sui personaggi. Tutti molto particolareggiati e avvolti da una certa inquietudine che li rende subito graditi agli occhi dei lettori. Interessante e riuscita anche la divisione in capitoli che non fa mai perdere il filo della narrazione. Insomma, come si dice in questi casi: la prossima volta si avrà più fortuna e oltre a avere una bella idea si avrà anche maggiore coraggio per svilupparla, perché i lettori moderni non hanno più la pazienza di arrivare al quinto capitolo per riuscire ad appassionarsi davvero a una storia e se i primi due capitoli si trascinano, perdendosi in descrizioni ottocentesche, purtroppo il libro viene chiuso. Non basta più scrivere correttamente, è necessaria la modernità nella narrativa di genere: come con il trap in musica, bisogna annusare l’aria e comprendere chi legge, cosa legge e come lo legge.