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Il frutteto

Il frutteto

Fino a diciassette anni, Ari Eden ha vissuto a Brooklyn e frequentato una piccola yeshiva, la scuola nella quale ci si dedica allo studio della Torah e del Talmud, i testi sacri dell’ebraismo. Una scuola maschile e con regole molto rigide, ma senza alcun prestigio e dopo la quale nessuno degli studenti ha mai pensato al college. Suo padre fa il contabile in una piccola azienda, si ritiene un uomo dotto e trascorre il tempo libero nello studio, mentre sua madre è cresciuta in una famiglia semitradizionale. Da lei ha preso l’abitudine di trascorrere i doposcuola in biblioteca a leggere, come diceva Emily Dickinson, libri “solitari e rigorosi”, finendo per diventare un ragazzo contemplativo. Quando il padre perde il lavoro, la famiglia è costretta a spostarsi in Florida, in un sobborgo di Miami dove l’uomo ha ricevuto un’offerta e dove si trova anche un’enorme comunità ebraica. Per Ari è un cambiamento radicale: la nuova e più prestigiosa scuola, ma soprattutto l’incontro con un gruppo di ragazzi che stravolgono la sua vita, il suo modo di intendere la religione e la famiglia. Noah è il figlio dei dirimpettai, il primo che lo accoglie ed è anche il ragazzo più popolare della scuola e poi Amir ma soprattutto Evan, genio irrequieto e tormentato dalla scomparsa della madre. Le loro giornate trascorrono tra lo studio, le feste, l’alcol e la droga. Ari, che dapprima guardava a tutto questo con distacco, ne viene risucchiato completamente. Ribelli, contestatori e provocatori, i nuovi amici di Ari, trascinati da Evan, finiranno per mettere alla prova la religione in cui Ari e tutti loro credono, seguendo un percorso distruttivo e sempre più rischioso...

Nel Talmud, Hagigah, 14b si legge: “Quattro entrarono nel Frutteto (Pardes). Essi erano Ben Azzai, Ben Zoma, Acher e Rabbi Akiva. Ben Azzai guardò e morì. Riguardo a lui è scritto: “Preziosa agli occhi di Hashem è la morte dei Suoi pii”. Ben Zoma guardò e fu colpito da follia. Riguardo a lui è scritto: “Hai trovato il miele, mangia moderatamente così da non gonfiarti e vomitarlo”. Acher divenne un eretico. Rabbi Akiva entrò in pace e uscì in pace”. Tutto ruota attorno a questo racconto e al suo significato simbolico. La trasformazione di Ari, nella ricerca di qualcosa di diverso dalla vita precedente è non solo radicale ma anche violenta, come un pezzo di pelle strappata sotto cui resta la carne viva. “Non ero la persona che ero stato, né la persona che speravo di diventare quando avevo lasciato Brooklyn. Finalmente ero stato imbottito di esperienze, eppure, nel mezzo del tragitto, mi ero anche svuotato”. Elliot affermava che la crescita poetica richiede un’estinzione della personalità, un annientamento ed è ciò che Ari sente nel suo profondo. Ma non è questo che molti individui cercano? Il romanzo d’esordio di David Hopen, acclamato come il nuovo astro nascente della letteratura ebreo-americana, è un testo che costringe, più che invitare, alla riflessione. Ci sono innumerevoli spunti da cui partire. Fino a che punto siamo in grado di riconoscere quel che abbiamo davanti agli occhi? Una spasmodica e ossessionata ricerca dell’infinito oltre la nostra realtà può portarci, come Ben Zoma a guardare e impazzire, oppure possiamo vivere con coraggio accettando il contatto quotidiano con l’infinito, in pace con noi stessi e con gli altri, abbandonando il desiderio di qualcosa che ci renderebbe mostruosamente soli.