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Il fungo alla fine del mondo

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“C’è un fungo selvatico che cresce sulle rovine e, alla natura selvaggia, sembra preferire i luoghi perturbati dall’uomo. Lo si trova in foreste cedue, sotto ciò che resta di un bosco incendiato. Considerato pregiatissimo e ricercato dai giapponesi, si racconta che il matsutake sia stata la prima forma di vita a spuntare in quella devastazione che fu lo scoppio della bomba atomica su Hiroshima, nel 1945. Proprio come topi, procioni e scarafaggi, i matsutake sono disposti a tollerare alcuni dei disastri ambientali causati dall’uomo. Eppure, non sono nocivi. Anzi, sono oggetto di compravendite che possono raggiungere prezzi stellari. I matsutake non crescono però solo in Giappone. Si possono trovare nelle foreste dell’Oregon, in Canada, Cina, Finlandia. Una sorta di fungo simbolico, tanto quanto lo fu quello provocato dall’atomica. Due forme se vogliamo simili, ma agli antipodi nel significato. Il commercio dei matsutake rivela un sistema economico che apre una porta oltre la fine del capitalismo, dimostrando come la coesistenza all’interno di perturbazioni ambientali sia possibile grazie alla collaborazione. I funghi matsutake infatti sono il corpo fruttifero di un micete che cresce sottoterra in associazione a specifici alberi della foresta, ai quali è legato da un rapporto di mutualismo. Dalla pianta riceve carboidrati, restituendo a sua volta il nutrimento che permette agli alberi di vivere in suoli poveri e senza humus. I ricercatori di matsutake sono spesso individui ai margini della società, altrettanti simboli di un’economia globale sempre più incrinata e sulle cui rovine si dovrà prima o poi ragionare. Sono uomini e donne, vecchi e bambini con alle spalle fughe, discriminazioni etniche, emarginazioni che grazie al commercio dei matsutake riescono non solo a sopravvivere ma sono la testimonianza di una rivitalizzazione culturale del tutto simile al sottobosco essenziale che alimenta piante e funghi...

“Prima di tutto, addomesticare e controllare la Natura ha prodotto un tale pandemonio che non sappiamo neanche più se la vita sulla Terra possa proseguire. In secondo luogo, intrecci tra specie un tempo ritenute solo materia di fiabe sono ora diventati oggetto di seri dibattiti tra biologi ed ecologisti, che mostrano come la vita abbia bisogno dell’interazione tra diversi tipi di esseri viventi: gli uomini non possono sopravvivere calpestando tutti gli altri.” Alberi che dialogano con funghi e funghi che collaborano con le piante dandosi reciproco aiuto. Davvero, di primo acchito, potrebbe sembrare la trama di un libro di favole o il plot di un nuovo film fantasy. In realtà, questo libro è il risultato di un lungo lavoro condotto da Anna Lowenhaupt Tsing, ricercatrice e docente di antropologia presso la University of California, durante le stagioni di raccolta del matsutake tra il 2004 e il 2011. Il lungo e complesso viaggio alla ricerca non solo dei funghi ma anche di chi li raccoglie, seguendone poi la filiera fino alle tavole dei giapponesi, ci restituisce un quadro inaspettato di quella che è l’economia capitalistica, che per la sua struttura ricorda un mosaico di modi di vivere assemblati tra loro. Il centro di commercio dei matsutake in Oregon non è un luogo che si trova segnato sulle cartine, ma si tratta di un’informazione non ufficiale che solo i cercatori di funghi conoscono. I compratori hanno montato un gruppo di tende sul ciglio della strada, dove tutte le sere incontrano agenti e compratori. Questi ultimi rappresentano un patch di etnie e storie differenti tra loro ma non dissimili nella condizione di emarginati che li ha portati qui. Una sorta di libertà “assemblata” composta da cercatori hmong, veterani del Vietnam, taglialegna senza più lavoro, rifugiati dal Laos che grazie al matsutake danno vita a una speranza, quella di una possibile, e in futuro sempre più necessaria, convivenza collaborativa tra uomo e natura.