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Il fuoco e la polvere

Il fuoco e la polvere

Maremma toscana, 1862. L’atto formale che sancisce la nascita del Regno d’Italia ha solo un anno ed il Parlamento di Torino decide di raggiungere l’unità della nazione attraverso un’operazione di colonizzazione della penisola che vìola la realtà ed il sentire del territori. E chi vi si oppone è un brigante, un bandito, un fuorilegge. Il Capitano Bosco s’è dato alla macchia dopo aver combattuto per un ideale d’indipendenza in cui albergassero giustizia e libertà, ha perso casa e famiglia ed ha sacrificato la sua vita per qualcosa che ora, in nome della nazione viene piegato all’ affarismo dei nuovi potentati che si servono della retorica patriottica per tradirne i principi. Nuovi oppressori. Come “l’uomo con la bombetta”, politicante e faccendiere che per costruire la ferrovia tra Follonica e Orbetello si avvale della spinta all’Unità e al progresso per incrementare i suoi affari e la sua sete di potere espropriando terre ai contadini e dichiarando guerra a chiunque gli si opponga: il Capitano Bosco è il primo della lista e, con lui, la banda che si va costituendo con altri mossi dalle più disparate motivazioni: Abramo, schiavo eritreo reso libero dal Capitano, Antonio, brigante calabrese fuoriuscito dall’esercito dopo i misfatti al meridione, il colonnello Van Klee sbandato americano, Giovanni, ragazzo a cui hanno sterminato la famiglia, Kyoden, maestro di spade giapponese fuggito da un circo dopo un alterco con gli sgherri dell’uomo con la bombetta. A seguire dall’alto il Capitano c’è l’astore Mabel e nei pensieri c’è Elena, la donna che ha risvegliato l’amore in Bosco e che ora è nelle mire rapaci del suo nemico…

Peccato. I presupposti c’erano tutti: l’idea di affrontare la storia controversa dell'unità d’Italia le cui conseguenze si fanno ancora sentire, il conflitto dell’individuo tra la pulsione all’esercizio di un Diritto naturale quando la Legge non esercita Giustizia, il deterioramento degli ideali quando si fanno Istituzione e l’innegabile capacità di scrittura dell’autore già dimostrata nel precedente Alla fine di ogni cosa. Le prime cinquanta pagine sono addirittura entusiasmanti grazie al lodevole e ben riuscito esperimento di utilizzare uno stile che si accorda all'epoca dei fatti narrati. Vocabolario ricco e preciso ed un’estetica malinconica che ci accompagna elegantemente in un viaggio con De Marchi, Boito e lo Stendhal de La badessa di Castro. Poi il viaggio s’interrompe lasciandoci in uno scenario da western di risulta. Una di quelle coproduzioni ispano-italo-tedesche che sfruttavano i set dismessi dagli spaghetti western di serie B che a loro volta avevano sfruttato quelli di serie A promuovendo comprimari e figuranti a protagonisti e infilando nella storia Maciste, pistoleri, Dracula e la copia della copia di Sartana. Dall'arresto del viaggio in poi le suggestioni sono esclusivamente di carattere cinematografico e fumettistico. Orbene, il western e la sua epopea sono invenzione pura di una nazione priva di Storia, Epica e Miti (è noto che la sfida all’ok Corral fu una scaramuccia di pochi minuti tra bulli e che lo show in Italia di Buffalo Bill si risolse con l’umiliazione di quest’ultimo da parte dei ben più abili butteri di Cisterna e che gli infallibili tiratori avevano pistole che deviavano di un metro ogni dieci) e allora ci si chiede: che bisogno c’era di sovrapporre un’improbabile falso d’importazione a vicende vere e complesse? Nulla in contrario al romanzo popolare purché non si sottovaluti il lettore pensando che inserire frasi tipo “Io non lo farei” indirizzato a chi accenna una reazione o “Siete deliziosa quando v’arrabbiate” alla recalcitrante femmina renda tutti più entusiasti come se se ne sentisse la mancanza. E poi:“Quelli…l'unico modo per averceli davanti era distesi, a terra, belli stecchiti” la dice decisamente meglio El Indio in Per qualche dollaro in più ed è “…di fronte, in posizione orizzontale, possibilmente freddi”. Perché portare in maremma una tale combriccola senza pensare che il lettore non si chieda: “Ma c’era ’sto viavai di schiavi in catene, pistoleri americani e giapponesi con la Katana tra, che so? Pereta e Poggio Aquilone?" Perché poi scomodare personaggi storici come Righetto Stoppa i cui atti processuali sono agli archivi e non risulta che abbia mai ammazzato un Samurai? Il Capitano Bosco è un Clint Eastwood ambientalista, Abramo un Django non troppo unchained in quanto muto e fedele al liberatore nel puro cliché inconsapevolmente razzista del buonismo radical, Antonio a metà strada tra il bandito Miranda di Giù la testa e il Tuco de Il Buono, il Brutto e il Cattivo, Van Klee (c’è da dirlo?), il “Senza famiglia” funziona sempre e il Samurai già tante volte visto suscita sempre la stessa domanda: “Ma perché nei conflitti a fuoco non gli sparano e basta?”. E perché di fronte ad un film di Leone non si pongono tante obiezioni? Semplice: perché non li ha ambientati in Maremma ed ha esasperato in modo ironico le precedenti convenzioni per immettere il contenuto della Tragedia Greca e le forme della Commedia dell'Arte. E senza quell'ironia le vicende improbabili evidenziano tutta la loro inconsistenza se sono condite da frasi sentenziose ed ermetiche che sembrano rivelare chissà quali verità profonde dietro la retorica del non detto. Mauro Garofalo è un autore dalla cosiddetta “penna felice” ed ha un lessico ricco e ben pensato. Succede che anche cuochi talentuosi possano fallire un esperimento o pensare un abbinamento infelice: il western ha, almeno per un breve periodo, funzionato con gli spaghetti ma non funziona con l’acquacotta e l’ansonica diaccia.