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Il furfante inglese

“Non sono mai venuto a sapere di nessuno della mia famiglia che sapesse distinguere una lettera dall’altra, né che fosse capace di parlare al di sopra del livello di comprendonio dei propri cavalli. Si fosse parlato loro in un idioma altro da ‘Una bella ciotola di pudding’ o ‘Una fetta di carne’ (abbastanza tenera da affondarci i denti marci), per loro sarebbe stato come se gli si fosse rivolti in arabo. Ma non voglio insultarli: infatti alcuni erano esperti anche in altre cose, cioè nell’arte del fischiare, di guidare un gregge e di strigliare se stessi così come i propri cavalli, di come appoggiarsi metodicamente a un bastone e conoscere l’ora attraverso i buchi del proprio cappello per mezzo del sole”. Qui comincia la storia del furfante inglese, da gente plebea con l’aspettativa di scalare le gerarchie sociali. Il nonno per il padre, il padre per il figlio. Solo che il figlio ha un altro concetto dello scalare le gerarchie sociali o forse non gliene frega nulla delle gerarchie sociali. La sua tribù è quella che porta tanti nomi, tanti quanti possono essere le ladronerie: banditi, imbroglioni, mutilati, ladri di cavalli, contraffattori; ma anche sposine, cucinieri, bibliotecari. Hanno il loro gergo che si capisce e non si capisce. Aporridore di ballerini, per esempio, significa ladro di cavalli; attore, indica un bugiardo; il forziere è uno scassinatore; l’ovile di mali è la prigione. Vagabondi, dunque, di quelli a cui è più facile che vada male anziché bene. Al nostro, infatti, la necessità morde ai garretti come un cane famelico e lo porta all’accattonaggio. “La necessità è qualcosa che si riconosce più dai suoi effetti che dalle sue caratteristiche ed è la cosa più insopportabile di tutte: infatti, per evitarla un uomo è costretto a ogni sorta di azione disonesta e pericolosa; essa induce a strane invenzioni, decisioni disperate, incoraggia a compiere le azioni più infami e a tentare le imprese più impossibile, da cui risultano unicamente disordine, confusione, vergogna e infine rovina”. Da qui il suo assalto a Londra prende la piega dei falsari, dei malfattori, dei mille trucchi ed espedienti per fregare il prossimo e non tirare le cuoia. Ma è davvero tutta così la sua vita; non c’è spazio per un barlume di serenità, un tetto sulla testa, un pasto caldo? L’esistenza del furfante è davvero solo bastonate e lividi, oppure c’è altro che si può scoprire?

Il romanzo inglese principia da qui, da questa opera corposa che ne è la primogenitura, nel Seicento. Un capostipite di spessore che la casa editrice Rogas ha messo a disposizione di noi lettori. L’introduzione a cura di Alessandro Gebbia offre spunti di riflessione molto interessanti a proposito. A partire da questo: dimenticate Robinson Crusoe come momento iniziale del genere passato alla storia come Novel. Per il resto, Il furfante inglese è godibile, accattivante, venato di ironia, a tratti spassoso e lo stile della lingua e della narrazione risaltano per una certa nota di modernità (resta però da capire l’approccio utilizzato per la traduzione) nel raccontare in forma autobiografica le vicende di una canaglia, un malandrino col pallino per gli eccessi, come una nemesi obbligatoria delle sue radici umili, rozze e illetterate. Una vita, quella del furfante, costellata di sbocchi amari e ancora più amari epiloghi. Un Pinocchio, solo più scaltro, la cui vita è piena zeppa di avventure, ribaltamenti di fronte, incontri fortunosi e altri sventurati. Nell’occhio, però, non si assottiglia mai la brillantezza dello sguardo, l’acume che è l’aritmetica della furbizia, la consapevolezza di averla scampata bella più e più volte. Il lettore è trascinato dalle sue storie, risucchiato nel vortice di una vita della quale non si è sprecato un solo istante. Sospeso sul baratro profondo delle sue malefatte, quando la vecchiaia apre le porte alla nostalgia e a una retrospettiva impietosa sul tipo di essere umano che è stato, il pentimento arriva tardivo, se non altro agli occhi della gente comune, sempre così solerte ad appiccicare stigmi come lettere scarlatte sul petto. In una estate così incerta, regalarsi la lettura di queste storie porterà note vive di colore, di allegria, strapperà sorrisi e ancora più tenere riflessioni. Il furfante diventerà vostro amico, non arricciate il naso. Se siete in cerca di una compagnia avvolgente, non dico come un plaid, che non è stagione, ma come una buona crema abbronzante, Il furfante inglese è la lettura che fa per voi.